Il terribile incidente aereo provocato dal copilota Lubitz, oltre ad essere una tragica fatalità per i centocinquanta passeggeri della Germanwings, pone l’accento su come il disagio psichico sia ancora, almeno nel mondo occidentale, un mostro dal quale nascondersi e da nascondere.

I ritrovamenti nelle case del tedesco fanno emergere dati inconfutabili sul grave quadro psichico di cui da anni soffriva il copilota.

Un malessere che va indietro negli anni, riportato nel 2009 alla compagnia aerea come episodio isolato e verosimilmente dissimulato nella vita privata.

Sono di questi giorni le indiscrezioni sul mondo dei piloti, secondo cui sarebbero molti i comandanti, che a causa di stress e patologie varie, ricorrono all’uso di alcol, medicine e droghe.

Lo stato mentale di chi, per un breve tratto tiene letteralmente in mano la nostra vita, è per ovvie ragioni motivo di preoccupazione, ma le difficoltà psicologiche dei piloti sono lungi dall’essere un caso a sé stante. Secondo uno studio della Sip, sono circa diciassette milioni le persone che in Italia soffrono di un qualche tipo di disagio mentale, la bestia nera di cui si fatica a parlare anche tra amici. Si preferisce infatti affrontarla in piena solitudine, in un buio interiore da far spavento. Nasconderla ai più ma soprattutto a se stessi non basta a farla magicamente scomparire, anzi acuisce la voragine di tristezza da cui è difficile uscire senza un valido aiuto. La maggior parte della gente ricorre a cure fai da te, utilizzando antidepressivi senza un vero percorso psicologico o ricorrendo all’alcol per anestetizzare il dolore.

La verità è che è durissimo mostrare il fianco nella società di oggi.

Nel manuale del lavoratore di successo, dell’amico festaiolo, del fidanzato fico non è prevista la parola depressione o ansia. Anziché accettare la propria condizione e trovare una soluzione – possibile tramite i giusti canali – si prova disperatamente ad emulare il modello sociale condiviso della persona disinibita, disinvolta, priva di paturnie mentali. L’aspettativa sociale è terribilmente iniqua e illusoria, costringe l’essere umano a spersonalizzarsi per inseguire un modello dal funzionamento impeccabile. Si dà per scontato che si debba essere sempre sani, e a stento si riconosce una malattia diversa da quella meramente fisica.

Quando poi inizi a guardarti intorno, scopri che M. non esce di casa per paura di attacchi d’ansia, B. non guida più la macchina e R. passa le giornate in penombra sul divano. Quando a vent’anni ebbi il primo attacco di panico, a parte il terrore di ciò che avevo provato, sentii di non potermi confidare con altri. Nessuno può capirmi, pensavo. Ero la diversa, la strana. Forse malata. Con gli anni, parlando apertamente e tenendo la bestia a bada, ho scoperto quanto fossi in errore nel credere di essere la sola a vivere quel genere di disturbo. Ma per una come me che decide di gettare la maschera e cercare risposte tramite un percorso di psicoterapia, ce ne sono molte che definiscono la difficoltà come “qualcosa di temporaneo”, “uno stato d’animo passeggero”, il frutto di “un periodo stressante”. Col rischio di trascorrere gli anni in un torpore dell’anima dove alberga poca felicità e tanta disperazione.

Se Lubitz avesse avuto una spalla con cui confidarsi, qualcuno col quale scacciare i propri demoni, si sarebbe scritta una pagina diversa della nostra storia? Ora non ha alcun senso porsi questa domanda. Il peso della sua malattia e le vittime del suo folle gesto potrebbero essere l’occasione di ripensare al moderno concetto di invincibilità.

Le vite dei passeggeri del volo Germanwings non possono più essere salvate, ma quelle dei milioni di persone che lottano ogni giorno con il malessere e la vergogna del male oscuro forse sì. Ripensando al modello di uomo e di donna inteso come un luminoso e imperfetto essere umano.

La vita è un sentiero mai dritto o asfaltato. Ci sono squarci, solchi e spesso un bel po’ di merda sulla via. Ma un piede dopo l’altro, guardando dritti all’orizzonte, si può andare lontano.

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