Chi ha seguito, su questo blog, i post relativi ai crimini di guerra compiuti da Israele nel corso dell’operazione “Margine protettivo” contro la Striscia di Gaza, tra luglio e agosto dello scorso anno, ricorderà che era stato annunciato un rapporto di Amnesty International sui crimini di guerra commessi dai gruppi armati palestinesi.

Eccolo.

L’accusa è precisa: nel corso del conflitto i gruppi armati palestinesi, incluso il braccio armato di Hamas, hanno lanciato attacchi illegali, in evidente sfregio al diritto internazionale umanitario, contro il territorio israeliano, utilizzando razzi e mortai privi di guida e di precisione. Armi di per sé indiscriminate.

Secondo le Nazioni Unite, durante i 50 giorni di conflitto oltre 4800 razzi e 1700 mortai sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza contro Israele. Di queste migliaia di attacchi, 224 si ritiene abbiano colpito zone residenziali israeliane mentre la maggior parte è stata neutralizzata dal sistema di difesa Iron Dome.

La morte di Daniel Tregerman, quattro anni, avvenuta il 22 agosto 2014 mostra quanto siano tragiche le conseguenze dell’uso di armi imprecise come i mortai contro i centri abitati.

La famiglia Tregerman aveva lasciato il kibbutz Nahal Oz a causa dei conflitto ma vi aveva fatto rientro appena un giorno prima. Poco dopo il suono delle sirene d’allarme, un mortaio lanciato dalla Striscia di Gaza ha centrato l’automobile della famiglia parcheggiata di fronte all’abitazione. La piccola sorella di Daniel ha visto il fratellino morire di fronte ai suoi occhi.

“Mio marito e nostro figlio erano in salotto, io urlavo loro di scendere nel rifugio. Una scheggia è entrata nella testa di Daniel, uccidendolo immediatamente” – ha raccontato ad Amnesty International Gila Tregerman, la madre del bambino.

Le Brigate al-Qassam, il braccio militare di Hamas, hanno rivendicato l’attacco.

Tra gli altri civili uccisi dagli attacchi lanciati dalla Striscia di Gaza c’era un ingegnere agricolo proveniente dalla Thailandia, Narakorn Kittiyangkul, morto quando un mortaio ha colpito l’azienda di pomodori del sud d’Israele dove lavorava. Il 26 agosto, Ze’ev Etzion e Shahar Melamed sono morti in un attacco coi mortai contro il kibbutz Nirim.

Il documento di Amnesty International mette anche in evidenza l’assenza di precauzioni, da parte di Israele, per proteggere i civili delle comunità vulnerabili, soprattutto gli abitanti dei villaggi beduini della regione del Negev, molti dei quali non sono ufficialmente riconosciuti dal governo israeliano.

Il 19 luglio 2014, ad esempio, Ouda Jumi’an al-Waj è stato ucciso da un razzo che ha raggiunto il villaggio beduino di Qasr al-Sir, nei pressi della città israeliana di Dimona.

Per la maggior parte i villaggi beduini del sud d’Israele, in cui vivono oltre 100.000 persone, sono classificati dalle autorità israeliane come “aree aperte” non residenziali. Il sistema d’intercettazione dei razzi Iron Dome non li protegge né esistono rifugi.

Ma il più sanguinoso degli attacchi lanciati da un gruppo armato palestinese durante il conflitto ha colpito gli stessi civili palestinesi.

Il 28 luglio un proiettile è esploso vicino a un supermercato nell’affollato campo profughi di al-Shati, uccidendo 13 persone, 11 dei quali bambini. Era il primo giorno della Festa della rottura del digiuno e i bambini stavano giocando in strada o acquistando patatine e bibite.

Mahmoud Abu Shaqfa e suo figlio Khaled, di cinque anni, sono rimasti gravemente feriti nell’attacco. Un altro figlio, Muhammad, di otto anni, è stato ucciso.

“Il razzo è caduto vicino all’automobile. L’abitacolo era pieno di schegge. Sono stato colpito da un pezzo di metallo. Avevo una gamba intera squarciata e la parte posteriore del braccio lacerata.” – ha raccontato Mahmoud Abu Shaqfa.

Sebbene fonti palestinesi abbiano attribuito l’attacco all’esercito israeliano, un esperto indipendente in materia di munizioni ha esaminato le prove disponibili per conto di Amnesty International giungendo alla conclusione che il proiettile usato nell’attacco era stato un razzo palestinese.

Il rapporto di Amnesty International descrive, infine, altre violazioni del diritto internazionale umanitario commesse dai gruppi armati palestinesi durante il conflitto del 2014, tra cui lo stoccaggio di razzi e di altre munizioni in edifici civili (comprese le scuole delle Nazioni Unite) e i casi in cui i gruppi armati palestinesi hanno lanciato attacchi o nascosto munizioni in luoghi assai vicini a quelli in cui centinaia di sfollati avevano trovato rifugio.

Amnesty International continua a chiedere a tutti gli stati di sostenere l’azione della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la giurisdizione della Corte penale internazionale su crimini commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto del 2014.