“La Rai non può essere governata da una legge che si chiama Gasparri… Restituiremo la Rai ai cittadini liberandola dal controllo di governi e partiti…”, come non condividere le parole di Matteo Renzi? Proprio perché le abbiamo condivise dobbiamo rilevare la distanza tra questi propositi e il disegno di legge presentato dal governo.

Il nuovo consiglio di amministrazione passerà da 9 a 7 componenti. Quattro saranno espressi da Camera e Senato. Due dal governo, e tra questi l’amministratore delegato. Uno sarà indicato dai dipendenti. Il canone sarà inserito nella fiscalità generale e definito ogni anno dal governo in carica che avrà così una potentissima leva di condizionamento perenne.

Il combinato disposto delinea un quadro di ulteriore rafforzamento del controllo politico e di governo. La Rai rischia una ulteriore involuzione sulla strada della trasformazione da servizio pubblico ad agenzia di Stato.

Si aggiunga a questo che nella proposta non si fa riferimento alcuno alla risoluzione del conflitto di interessi. Il medesimo Renzi non è sembrato entusiasta del progetto, infatti ha parlato di “piccoli ritocchi”. L’unico spiraglio è rappresentato dalla decisione di rinunciare al decreto e di presentare un disegno di legge.

Ora spetta al Parlamento provare a cambiare il testo, separando nettamente gli indirizzi dalla gestione, introducendo meccanismi di nomina e di selezione pubblica per l’amministratore delegato, riformando radicalmente la Commissione parlamentare di Vigilanza.

A chi ci rimprovera di non cogliere gli elementi di novità, non possiamo che rispondere che il progetto presentato non risponde ai requisiti indicati da Renzi. Dal momento che la Rai sotto il controllo di esecutivi e partiti non ci piaceva ieri, non può farci piacere neppure oggi. Almeno per oggi “Non è la volta buona”!