Giuseppe Iaquinta, padre di Vincenzo, campione del mondo con la nazionale di calcio nel 2006, è stato scarcerato giovedì 26 marzo su ordine del gip Alberto Ziroldi. Il 28 gennaio 2015 l’imprenditore edile residente a Reggiolo e nato a Cutro (Crotone) era stato arrestato con l’accusa di associazione di stampo mafioso nell’ambito dell’inchiesta Aemilia. In quell’occasione furono mandate in galera o ai domiciliari quasi 120 persone che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Bologna, facevano parte o gravitavano attorno a una ’ndrina con centro a Reggio Emilia e radici proprio nel crotonese. E tra gli affiliati, secondo i pm Roberto Alfonso e Marco Mescolini, ci sarebbe anche Giuseppe Iaquinta, che avrebbe avuto contatti diretti con lo stesso Nicolino Grande Aracri, considerato il capo della ’ndrangheta cutrese. La scarcerazione di Iaquinta arriva ad alcune settimane da quella del politico Pdl Giuseppe Pagliani e dell’imprenditore Augusto Bianchini (per quest’ultimo sono stati tuttavia disposti i domiciliari). Entrambi erano finiti in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

La liberazione di Iaquinta (il gip è lo stesso che firmò anche il suo arresto), è dovuta soprattutto a una vicenda che non sarebbe stata presa in considerazione neppure dal tribunale del Riesame, che a febbraio scorso rigettò l’appello per la scarcerazione. Bisogna tornare al 2013. Dopo essere stato oggetto di una interdittiva da parte del prefetto, che escludeva la sua impresa dalla ricostruzione post terremoto per sospetti di infiltrazioni mafiose, Giuseppe Iaquinta si presentò in Procura a Bologna per auto-denunciarsi, accompagnato dal suo legale Carlo Taormina. L’imprenditore chiedeva ai pm di indagare su di lui per dimostrare “l’insussistenza di legami con organizzazioni criminali di stampo ’ndranghetista”. Secondo il gip, quando Iaquinta andò ad auto-denunciarsi lo fece come una “provocazione” che dimostrerebbe la sua estraneità e la sua “consapevole presa di distanza” dalla cosca. Il suo non sarebbe cioè un atto astuto – per dirlo con parole del giudice – con cui precostituirsi “un quadro di buona fede nella prospettiva di un probabile procedimento penale a suo carico”. Anche perché, scrive il giudice, non ci sarebbero “evidenze” che Iaquinta sapesse di essere sotto inchiesta da parte della Dda.

Al contrario l’imprenditore di Cutro, secondo il gip, sarebbe stato certo di non c’entrare nulla con la cosca: talmente certo che avrebbe insistito (l’autodenuncia fu segnalata da Taormina anche alla Direzione nazionale antimafia) pur sapendo che quel suo gesto “avrebbe potuto condurre gli organi inquirenti anche ad attività di perquisizione”. Con l’autodenuncia Iaquinta avrebbe sancito quindi una rottura con “il diffuso atteggiamento di riserbo, omertà e understatement che connota la condotta degli appartenenti ai sodalizi mafiosi”.

Intanto uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Aemilia, Nicolino Sarcone, giovedì 26 marzo è stato condannato a 10 anni di carcere dalla Corte d’appello di Bologna. La condanna arriva nell’ambito di un altro processo per ’ndrangheta legato all’operazione Edilpiovra i cui fatti sono risalenti al 2002-2003. L’imprenditore edile, residente a Bibbiano (Reggio Emilia), ma nativo di Cutro, in primo grado era stato condannato a 8 anni e 8 mesi. Ora Sarcone è in carcere in regime di 41 bis nell’ambito dell’inchiesta Aemilia: è infatti considerato dai pm bolognesi uno dei capi della presunta cosca emiliana sgominata a gennaio.