C’è una strana eccitazione attorno al passaggio della Pirelli in mano cinese. La prima stranezza riguarda lo stupore per la perdita di italianità. Oggi la holding Camfin controlla l’azienda con il 26,2 per cento del capitale. A sua volta Camfin vede tra gli azionisti le Nuove partecipazioni spa di Marco Tronchetti Provera, con il 38,78 per cento, e i russi di Rosneft con il 50. A Tronchetti, presunto garante dell’italianità del gruppo, fa capo direttamente soltanto il 12 per cento del capitale della Nuove Partecipazioni. Morale: è un po’ arduo dire che i cinesi stanno comprando un’azienda italiana.

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La Rosneft di Igor Sechin è un pezzo del potere di Vladimir Putin in Russia, tanto che l’oligarca è stato bersaglio delle sanzioni decise dagli Stati Uniti nella crisi ucraina. Ora arrivano i cinesi. Dobbiamo davvero preoccuparci? Molti giornali hanno scritto che non ci sono problemi, perché per molte decisioni strategiche servirà il 90 per cento del capitale. Non è una grande garanzia: gli azionisti votano per quello che conviene loro di più, come dimostra il caso di Fiat diventata Fca con trasferimento della sede tra Olanda e Inghilterra. E attendersi da un virtuoso delle scatole cinesi come Tronchetti, bravissimo a comandare con soldi non suoi, slanci di patriottismo è un po’ eccessivo.

Altro elemento di stranezza: l’operazione di ChemChina è presentata come una grande opportunità di espansione, nascerà un gruppo globale che, assicura Tronchetti, salverà tutti i posti di lavoro. Ma come ha notato il senatore del Pd Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera ieri, la società ChemChina-Camfin (una nuova scatola societaria che lancerà l’Opa) spenderà fino a 7,4 miliardi di cui 4 a debito. Una zavorra che verrà caricata sulla nuova Pirelli, riducendo la possibilità di fare investimenti e distribuire dividendi. Sia ChemChina che Rosneft sono poi di fatto aziende che rispondono a governi stranieri e che di sicuro non avranno come priorità l’interesse nazionale dell’Italia e i suoi posti di lavoro. Dovrebbe rassicurare la permanenza di Tronchetti al vertice? Dei suoi meriti e delle sue colpe si potrebbe discutere a lungo, di certo la sua gestione di Telecom Italia non è ricordata come indimenticabile (lo spazio non consente di fornire i dettagli necessari a contenere le vibranti proteste dei portavoce tronchettiani ogni volta che si sfiora l’argomento).

Tronchetti è molto positivo sull’operazione – vedi intervista di ieri al Corriere – ma il fatto che lui resti alla presidenza rassicura soltanto i suoi famigliari più stretti. Gli altri si chiedono come mai la Cassa depositi e prestiti consideri strategico investire in una holding alberghiera inglese (Rocco Forte) e non in un gruppo industriale come Pirelli. Misteri.

Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2015