Oltre al culto della bellezza e della famiglia, all’amore per il bel canto ed il cibo sano e genuino, a dover convivere con la mafia e sopportare una classe politica corrotta, ignorante e per di più arrogante, Italia e Giappone hanno un altro elemento in comune. Un parlamento incostituzionale. Le leggi elettorali di Giappone, Italia (e Corea, altro paese che condivide molte delle caratteristiche sopra elencate, tranne forse quella dell’amore per il cibo semplice) sono state infatti ripetutamente dichiarate incostituzionali. Ma senza alcun effetto.

In Italia sappiamo come è andata e sta andando. Ora vi racconto come è andata e sta andando invece in Giappone, dove una Corte Costituzionale lenta e ultraconservatrice (in questo, bisogna dire, la nostra si distingue per il grande ruolo che ha giocato nel difendere e promuovere i diritti civili) che funge anche da Corte di Cassazione ed per certi versi anche da Consiglio Superiore della Magistratura (che in Giappone non c’è, e se ne sente la mancanza) nel senso che si occupa anche delle nomine e delle attribuzioni delle varie funzioni dei magistrati ha per l’ottava volta dichiarato incostituzionale l’attuale “porcellum” locale. Che in realtà è più un “mattarellum”, sistema al quale in occasione della “storica” riforma elettorale del 1990 voluta da Ichiro Ozawa, si ispirò.

A differenza tuttavia dell’Italia, dove a cadere sotto la scure della Corte è stato il premio di maggioranza, in Giappone il problema è, se vogliamo, ancora più grave. Si tratta del peso specifico dei voti. Nei collegi rurali, poco abitati (e tradizionalmente conservatori) un voto può valere sino a 4, a volte persino 5 volte più di quello urbano. Una situazione che storicamente ha mantenuto al potere il partito liberaldemocratico pressoché ininterrottamente dal dopoguerra (esattamente come da noi la Dc) ma che oggi paradossalmente comincia a creare dei problemi al governo di Abe, per via della minacciata – quanto inevitabile – apertura dei mercati agricoli, decisione che ovviamente non sta bene agli oramai pochi e benestanti contadini, assuefatti, dopo mezzo secolo di sussidi e prezzi “politici” ad uno dei più generosi e protettivi assistenzialismi del pianeta.

La Corte Suprema del Giappone è, nella sua funzione di di fenditrice della Costituzione, tra le meno “attive” al mondo. Pensate: dal dopoguerra, a fronte di oltre 1200 quesiti, ha annullato solo 6 leggi, o parti di esse. Nulla di che: una legge che vietava la concentrazione di farmacie, un’altra che limitava la responsabilità civile delle poste nei pacchi smarriti o comunque non consegnati, l’aggravante prevista nei parricidi, rispetto ai “semplici” omicidi. La decisione “socialmente” più avanzata, più coraggiosa è stata quella assunta nel 1986, quando ha sancito l’incostituzionalità del diritto di famiglia vigente all’epoca, nella parte che discrimina tra figli legittimi e naturali.

Una dichiarazione di incostituzionalità che è rimasta, come nel caso della legge elettorale, lettera morta. Già perché la Corte Suprema, formata da 15 giudici nominati dal governo (e il presidente direttamente dal premier) e approvati dal Parlamento, in tema di giudizio di costituzionalità ha due opzioni. Dichiarare l’incostituzionalità e annullare una legge, oppure fermarsi alla semplice dichiarazione. E’ quello che è successo, per ben 8 volte, nel caso della legge elettorale. Dichiarata incostituzionale, definita “ingiusta e iniqua”, “contraria al principio fondamentale della parità dei voti” ma lasciata in vigore. Annullarla, si legge nell’ultima sentenza, emessa poco prima le elezioni che hanno confermato al potere Shinzo Abe, provocherebbe “confusione”. Come se il creare “confusione” sia più grave che continuare a mantenere nell’illegalità costituzionale l’istituzione più importante del paese: il parlamento.

Non che quest’ultimo funzioni come ci si aspetterebbe in una democrazia, sia pure formalmente “imperiale”. L’anemia in cui versa la democrazia giapponese del dopoguerra, che come sappiamo non è stata conquistata ma imposta dagli americani (molto più vivace e autentica era quella prima della guerra, nota sotto il nome di Taisho democracy, dal nome dell’allora imperatore, che invece era stata conquistata pezzo per pezzo, con grande coraggio e a prezzo di feroci repressioni) avvolge e ha anestetizzato oramai un po’tutte le istituzioni, dal Parlamento, che si limita a “passare” le leggi scritte dai burocrati, alla Corte Suprema, che si limita a dichiarare, quando si ricorda, l’incostituzionalità di una legge senza però aver il coraggio di annullarla e che per 60 anni si è rifiutata di affrontare la questione delle forze armate, presenti nel paese nonostante l’esplicito divieto dell’art. 9. Nel frattempo, le cosiddette “Forze di Autodifesa”, l’eufemismo con il quale erano state battezzate con il nulla osta degli Stati Uniti – primi estensori, poi pentiti, dell’art.9 – le forze armate giapponesi, oggi sono pronte per intervenire anche all’estero, laddove gli interessi del Giappone – o dei suoi alleati – siano in pericolo.

Ma non si pensi che i giudici della Corte Suprema stiano con le mani in mano. Conservatori e pigri nel difendere la Costituzione e i diritti umani e civili (non dimentichiamoci che è stato il reiterato rifiuto di ordinare un nuovo processo che ha consentito a gente come Hakamada e Menda di restare nel braccio della morte rispettivamente per 46 e 33 anni, prima di essere liberati) i giudici della Corte Suprema sono molto attivi e creativi nell’emettere, o semplicemente confermare, sentenze decisamente bizzarre. Come quella contro la madre (single, guarda caso) di un bambino che aveva investito con la bicicletta un’anziana signora, provocandone la morte. Una tragedia, senz’altro, ma difficile individuarne elementi dolosi, tant’è che dopo la condanna al pagamento di 90mila dollari di risarcimento per “mancata sorveglianza” in primo grado, in secondo grado la mamma era stata completamente assolta. Ma la Corte Suprema ha ribaltato di nuovo la sentenza, decuplicando il risarcimento: 900mila dollari. Un record, per il Giappone, dove questo topo di risarcimenti in genere è molto contenuto. Ma una lezione, forse, contro le mamme single. Mettetevi in riga.