Alle promesse disattese dei politici siamo talmente abituati dal non dedicarci più attenzione. Questa capitale che frana soltanto se piove, continua a essere sommersa dai proclami di un sindaco incollato alla poltrona che ritiene la città subito pronta al nuovo Giubileo straordinario, il degno premier gli fa eco. L’ennesima boutade che siamo costretti ad ascoltare.

Metro-C-cantieri-Roma-640Peccato che ancora non siano ultimate le opere da consegnare nel Duemila (di nuovo ci sono soltanto altre buche), cantieri abbandonati, Metro C non pervenuta; treni e autobus modalità carro bestiame, non passano mai e non garantiscono il minimo servizio necessario alla mobilità. Nessuno sembra preoccuparsi dei pendolari, di chi ogni giorno va a lavorare con i mezzi pubblici o almeno ci prova, degli studenti, di chi magari rinuncia alla macchina per scelta ecologica illudendosi di vivere in una città normale.

Chissà come si materializzeranno i soldi per gli investimenti necessari all’evento, visto che sono finiti da tempo per i cittadini. Continuano a chiudere reparti ospedalieri, in quelli che restano mancano beni di prima necessità, le scuole cadono a pezzi e ormai sono autogestite da professori intelligenti e genitori che fanno spesa, fotocopie e pulizie.

Quindi il solito lamento è inutile, l’unica possibilità che intravedo – mentre continua a essere auspicabile la defenestrazione generale di chi ci governa – è quella di organizzarsi per cercare di vivere un po’ meglio. L’isonomia, virtuoso modello del passato, oggi non sappiamo cosa sia nella pratica, perché evidentemente non siamo uguali davanti alla legge, però possiamo essere veri abitanti della polis grazie alla nostra capacità di partecipazione. Si comincia con il sostituire l’io con il noi, il mio con il nostro.

Non il mio appartamento, ma il nostro palazzo, la nostra via, il nostro quartiere e tutto quello che ne fa parte.

Quel genio di Maria Montessori, all’inizio del secolo scorso creò le Case dei bambini, gli asili nei caseggiati di residenza; iniziando con il trasmettere il rispetto dello spazio comune, riuscì a scatenare circoli virtuosi in palazzi prima abbandonati al degrado, e dopo diventati tra i posti migliori dove abitare a Roma. Lei era una meravigliosa visionaria e auspicava per il duemila condomini dove le persone avrebbero condiviso tutto, questo avrebbe reso la vita molto più facile e piacevole. Difficile spiegarlo a quelli che si azzuffano alle riunioni condominiali o si fanno i dispetti stile Anacleto Mitraglia e Paperino. Eppure un altro modo è possibile, lo sto sperimentando.

Ho cambiato casa di recente, non accontentandomi dei normali disagi di un trasloco con bambini che diventava sempre più imminente, mi sono dilungata per cogliere l’occasione di fare davvero un cambiamento. Nella ricerca ero incaponita sul cercare una situazione che corrispondesse al mio desiderio di condivisione, quindi guardavo più al condominio che all’appartamento. Ovviamente ho chiesto sempre informazioni, osservato, alcune volte la fuga è stata imminente, tipo di fronte al cartello “è vietato soffermarsi a chiacchierare in giardino” o il divieto di usufruire del terrazzo condominiale. Poi in extremis è arrivata davvero casa. La conferma che quando si ha chiaro un sogno ci sono buone possibilità di riuscire a realizzarlo.

Nell’androne un tavolo con i libri a disposizione di tutti, dove si possono saltuariamente trovare anche carote biologiche portate dalla campagna; terrazzo condominiale attrezzato con giochi, piante, barbecue, alberi di agrumi di cui si divide il raccolto, ognuno partecipa con quello che vuole e che può. Un’unica antenna, peccato vedere i tetti intorno ‘inquinati’ da migliaia di scheletri di ferraglia.

Il merito di tanta civiltà è di tutti, ma soprattutto dell’amministratore del condominio, abita qui da venticinque anni, queste erano case popolari, l’appartamento era stato assegnato alla nonna e lui lo ha ricevuto in eredità. Il suo primo pensiero non è stato ristrutturare i metri quadrati di proprietà, ma gli spazi comuni. Quindi consolidare il palazzo, sistemare i pianerottoli, abbellirli con quadri e qualche mobile; realizzare l’ascensore. Ha resistito a chi voleva suddividere la cantina in loculi privati, ristrutturandola e lasciandola aperta (arriva anche luce poiché è affacciata su un cortile), tra i tanti progetti – che prima o poi se ci saranno i soldi si realizzeranno – c’è quello di renderla uno spazio conviviale con magari il piccolo lusso di un bagno turco per i condomini. Intanto è bello immaginarlo. Come è stato bello pensare, in questi due mesi in cui io e i bambini abbiamo avuto tutte le influenze che l’inverno ha proposto, che se proprio non ce l’avessi fatta da sola avrei avuto vicini a cui chiedere aiuto. Prima sapevo di non averla questa possibilità.

E allora invece di immobilizzarsi in attesa di un sindaco illuminato, vale la pena sperimentare scenari di condivisione possibile, a volte basta davvero poco per stare meglio e per resistere all’inferno, lo racconta così bene Calvino nelle Città invisibili: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

di Federica Morrone


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