Non solo Israele è contrario a un accordo sul nucleare tra l’Amministrazione statunitense e l’Iran, ma avrebbe cercato di boicottarlo spiando i colloqui riservati tra gli attori principali e girando le notizie ottenute al vertice del partito repubblicano; amico per la pelle di Benjamin Netanyahu e ferocemente avverso al dialogo con gli ayatollah.

A una settimana dalla vittoria di Netanyahu alle elezioni, il più influente quotidiano americano, il Wall Street Journal, ha rivelato sul suo sito che Israele ha spiato i negoziati dell’anno scorso sul programma nucleare iraniano tra Teheran, gli Stati Uniti e altre potenze mondiali. Mentre il premier riconfermato sta lavorando per formare il suo quarto governo con i leader dei partiti ultranazionalisti di destra ai quali ha sottratto voti criticando la lista unita arabo-israeliana e promettendo che non farà mai nascere uno stato palestinese – dichiarazione poi rimangiata – scoppia dunque un nuovo scandalo con l’amministrazione americana.

I rapporti tesi tra il presidente statunitense Obama e Bibi Netanyahu avevano già toccato il punto più basso un mese fa quando il primo ministro, in piena campagna elettorale, andò negli Stati Uniti, pur non essendo stato invitato dalla Casa Bianca, dove tenne un controverso discorso davanti al Congresso. Le sue affermazioni contro un eventuale accordo tra l’Iran e gli Usa sul nucleare avevano fatto infuriare la Casa Bianca (impegnata da oltre un anno assieme a Russia, Cina, Germania, Gran Bretagna e Francia nell’impresa di fermare lo sviluppo dell’atomica negoziando, anziché minacciando) ma erano state accolte da numerose standing ovation da parte dei deputati repubblicani che da novembre guidano il Congresso.

L’obiettivo dell’operazione di spionaggio – secondo il Wall Street Journal – sarebbe stato quello di infiltrare i negoziati per cercare di impedire l’accordo che si sta delineando, condividendo le informazioni ottenute con i congressmen conservatori. Oltre alle intercettazioni, Israele avrebbe ottenuto informazioni attraverso briefing riservati americani, informatori e contatti diplomatici in Europa. Come prevedibile da Gerusalemme è arrivata una smentita secca: “Noi non spiamo gli Stati Uniti, né direttamente, né per vie traverse. Abbiamo le nostre fonti anche dall’altra parte”, ha spiegato il ministro degli Esteri israeliano, l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, alludendo in apparenza all’Iran.

A irritare la Casa Bianca però non sarebbe stato tanto lo spionaggio quanto il fatto che Israele ha condiviso le informazioni ottenute illegalmente con parlamentari repubblicani. “Una cosa è lo spionaggio reciproco tra gli Usa e Israele, un’altra è il furto di segreti americani da parte di Israele per poi passarli ai parlamentari Usa e minare la diplomazia”, ha detto un alto funzionario vicino a Obama. Spionaggio e controspionaggio tra “amici” sempre più distanti. Ma Bibi e i Repubblicani sono sempre più vicini. L’aspirante neo candidato repubblicano alle elezioni per la Casa Bianca, Ted Cruz, è un esponente del Tea party, famoso per la sua visione conservatrice, religiosa e contro lo stato sociale. Proprio come Bibi e i suoi ministri. Andranno d’accordo.

il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2015