Arriva finalmente l’avvisa-catastrofi. Già. Ogni volta che succede un cataclisma, quanti di noi si saranno posta la stessa identica domanda, e cioè, su come sia possibile con tutta la tecnologia avanzata che c’è oggi, non riuscire a predire e prevenire i disastri? Lo sappiamo, lo sappiamo che la risposta non c’è. O perlomeno non chiara e netta. Però se ti capita di leggere qualsiasi cosa che aiuta a dare delle spiegazioni e delle risposte a quesiti come questi, che tra l’altro si ripropongono ogni volta che accade qualcosa che esce dalla norma e soprattutto a capire e ad approfondire il tema della prevenzione del territorio, meglio non farsela scappare e condividerla con tutti.

Frana Parma

Ci aiuta in questo il mondo della ricerca. E così come riporta il sito del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, molti gli Enti che si sono seduti intorno a un tavolo per realizzare un modello condiviso e un software automatico per la previsione quotidiana della pericolosità di eventi franosi nei territori europei e a cui la Commissione Europea ha risposto con un finanziamento di circa 575.000 Euro.

Ente promotore e capofila è la nostra università di Camerino. E’ nei suoi laboratori, infatti, che si sta mettendo a punto Landslide – Risk assessment model for disaster prevention and mitigation.

Ma quanto ci vorrà? E soprattutto, riusciremo a salvare il salvabile? Mah! Diciamoci la verità: purtroppo il dissesto ormai è servito. Ovunque. Non ci sono più territori a rischio e altri non. Frane e smottamenti sono un pericolo molto diffuso, ovunque. Non solo per gli abitanti di montagne e colline, ma anche per chi abita in pianura. Infrastrutture, comprese. E che dire degli anomali e diffusissimi acquazzoni, definiti oggi dai più… “bombe d’acqua” che distruggono quello che incontrano? Secondo i ricercatori è il cambiamento climatico la causa dei fenomeni meteorologici sempre più intensi e di lunga durata a scatenare poi i fenomeni franosi.

Landslide è un progetto ambizioso che cercherà di combinare l’utilizzo di modelli che studiano la composizione e la dinamica dell’umidità del terreno con quelli che ne calcolano la stabilità proprio in termini di pericolosità di frana. Il risultato sarà lo sviluppo di un modello capace di predire quotidianamente la pericolosità di eventi franosi sulla base delle previsioni meteorologiche e di trasmettere tempestivamente le informazioni ai dipartimenti di protezione civile tramite un software automatico, così da poter attivare le dovute e necessarie misure di prevenzione ancor prima che il fenomeno franoso si verifichi. Non erano queste le risposte che volevamo? Penso di sì. Anche se siamo ancora alla fase di sperimentazione. Il primo step è la scelta delle aree. Il secondo è il coinvolgimento della popolazione di quelle aree. Quando tutto andrà a regime e funzionerà come previsto, il modello potrà essere trasferito su tutti i territori a rischio. Ulteriori sviluppi scientifici successivi potrebbero espandere in seguito la funzionalità del prototipo alla previsione di altri rischi naturali. Staremo a vedere.