Tranquilli, non vi farò il temino “io e le vacanze” fitto di edificanti aneddoti. Né mi lancerò in spericolate analisi sui nostri giovani, la “formazione”, le speranze e le promesse, la gavetta e la necessità di “affacciarsi al mondo del lavoro” che poi, quando ti sei affacciato lavorando gratis ti caccia a calci in culo al momento di pagarti. E, in generale, cercherò di evitare toni da nonno inacidito del tipo “quando ero giovane io…”. Ma insomma, anche facendovi grazia di tutto questo, l’uscita del ministro Poletti sulle vacanze troppo lunghe e la necessità di spingere i ragazzi verso la “formazione” – magari come hanno fatto i suoi figli “a spostare casse di frutta al magazzino” – mi sembra una risibile stupidaggine. Che in più – aggravante – dimostra una strana concezione dei giovani e degli studenti che, orbati della “formazione”, se ne stanno “a spasso per le strade della città” (e questo è Poletti, testuale). Insomma, una specie di film di zombie dove un’operosa popolazione esce dal lavoro e trova migliaia di studenti a spasso per le strade, ciondolanti, nullafacenti per definizione, magari pronti a mangiarti (The walking student).

A sostegno, arrivano i grandi giornali tutti colorati di mappe e cartine, dove si dimostra che sì, gli studenti italiani fanno lunghe vacanze estive. Non dicono, o lo nascondono bene, che nei paesi che ne fanno meno (d’estate) ci sono vacanze più lunghe in inverno o in altre stagioni, ma che importa, quel che conta è salire sul carro e dare consistenza all’ultima baggianata. Molti hanno rilevato l’assurdità della cosa, dal lavoro stagionale sfruttato al paradosso di giovani costretti a lavorare d’estate e poi ad essere disoccupati dopo il diploma o la laurea. E forse sarebbe da notare en passant che parla di “formazione” e di lavoro per i giovani proprio il ministro che ha dato il suo nome a un decreto che prolunga la durata del precariato, consentendo innumerevoli rinnovi di contrattini per trentasei mesi. Fu il primo decreto del governo Renzi, tra l’altro, tanto per partire col piede giusto.

Ma veniamo al pensiero che sta dietro l’estemporanea proposta, perché spesso le parole dicono più di quanto sembra. Uno: i ragazzi che “vanno a spasso”, pare brutto. Due: la “formazione” che il ministro esemplifica con la sua esperienza personale (figli che spostano cassette). Cose da cui emanano nostalgie del buon tempo antico. Un profumo di “eh, ai miei tempi …”, un’eco di quel che si sentiva dire a certi nonni: “Eh, per voialtri ci vorrebbe una bella guerra…” (sottinteso: rammolliti, quand’era giovane io, eccetera eccetera). Insomma, come già nel Jobs act, gli anni Cinquanta sono tra noi, travestiti da “modernità”, “opportunità” e “formazione” come nel caso portato ad esempio: “spostare le casse di frutta e verdura in magazzino” (“formazione” dei calli). Ora non si capisce perché il ministro voglia limitarsi a questo. In fatto di modernità ci sarebbero anche altre affermazioni per i prossimi convegni e i prossimi titoli. Cose tipo: “Questa non è musica, è rumore”, oppure “Alla tua età io zappavo l’orto, altro che Playstation”.

Tutta ’sta modernità finalizzata, alla fine, a garantire un po’ di mano d’opera estiva sottocosto, un po’ di lavoro stagionale gratuito. La formazione, sì, ma la formazione di qualche utile in più per quelle aziende o aziendine che oggi, se devono spostare casse in magazzino, sono costrette a pagare (sacrilegio!) dei lavoratori veri. Che spreco, eh? Con tutti quel walking student a zonzo inoperosi!  

@AlRobecchi

Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2015