Nasser, Sadat e Mubarak. Ogni presidente egiziano ha tentato di realizzare nuovi quartieri e aree satellite del Cairo che nella maggior parte dei casi non hanno soddisfatto le aspettative annunciate. Sisi non sembra essere da meno e due settimane fa al forum economico di Sharm el Sheikh ha presentato il progetto di una nuova capitale che sorgerà nel deserto a 45 km a est del Cairo. Altri paesi hanno costruito nuove capitali nell’ultimo secolo, ne sono un esempio il Brasile con Brasilia o Canberra in Australia ma le ambizioni di Sisi, al momento, sembrano essere molto più alte.

The Capital Cairo è un progetto da 300 miliardi di dollari e prevede, in una superficie di 700 km quadrati, la costruzione di diverse infrastrutture tra cui un aeroporto, un nuovo palazzo presidenziale e abitazioni per 5 milioni di abitanti. A questo si aggiungono la realizzazione di un parco divertimenti 4 volte più grande di Disneyland e un’area verde con una superficie doppia rispetto a quella del Central Park di New York. A supportare il governo nella realizzazione della nuova città c’è un fondo di investitori con sede negli Emirati Arabi e di cui fanno parte diverse società di costruzioni famose specializzate in grandi opere nei paesi del Golfo. Le critiche all’ambizioso piano del governo, che comunque resta privo di diversi dettagli tra cui anche la disponibilità degli investitori a coprire la costruzione di tutte le infrastrutture, non mancano.

“Nonostante la portata sia maestosa e abbagliante, al momento tutto questo processo mi lascia molto perplesso” dice al IlFattoQuotidiano.it Omar Nagati, urbanista dello studio Cluster del Cairo. “Una decisione del genere non si può prendere in questo momento storico perché non c’è un parlamento e non c’è un vero dibattito pubblico”. L’Economist ha definito Sisi l’ennesimo leader egiziano che cade nella trappola dei grandi progetti. “Sembra che il presidente non abbia imparato dai suoi predecessori“, scrive il magazine economico britannico sottolineando come il deserto egiziano sia già “costellato da città ideali create a suon di decreti presidenziali“.

Ma c’è anche chi sostiene la necessità di una nuova capitale. Khaled Tarabieh, professore di design all’American University del Cairo spiega a IlFattoQuotidiano.it che il mega progetto è necessario anche per diminuire la densità di popolazione della “vecchia capitale” che con 20 milioni di abitanti, circa un terzo della popolazione egiziana, mostra da decenni ingenti problemi di servizi e mobilità. “Il centro della nostra città dovrebbe essere solo il posto della memoria della rivoluzione, un luogo per i turisti e per gli egiziani nei momenti di svago – spiega Tarabieh – le aree vicino a piazza Tahrir non possono continuare a essere il polo amministrativo della capitale”.

Ma “migliorare le condizioni del Cairo” è stato il leit motiv con cui anche i precedenti presidenti egiziani hanno lanciato i loro progetti. Come scrive l’esperto di urbanistica Mohamed Elshahed sul suo blog Cairo Observer, il primo a voler costruire una “nuova città” fu il presidente Nasser. Nel 1958, – sei anni dopo la deposizione di Re Farouq da parte dell’esercito – fu lanciata la costruzione di Madinat Nasr (Nasser City). Il piano originale, che aspirava a rappresentare il progresso del nuovo regime, prevedeva la realizzazione di una serie di edifici amministrativi per dislocare alcuni ministeri dal centro città. Inoltre, vennero costruiti dei grandi palazzi residenziali – i cosiddetti super blocchi – a cui si sarebbero dovuti aggiungere spazi verdi e servizi.

Ma le cose non sono andate come dovevano andare. Madinat Nasr, scrive Elshahed, dopo anni di lavori incompleti e posticipati è ora un quartiere fagocitato dalla sfrenata attività di costruzione, legale e abusiva, della capitale. Secondo molti analisti, la costruzione di “The Capital” rispecchia anche la linea economica del governo già messa in evidenza nei tre giorni del forum economico sul Mar Rosso. “Il governo crede nel sistema economico ‘dello sgocciolamento‘ – continua Nagati – punta sui grandi investitori e sulle grande opere per mettere in moto l’economia, un approccio completamente opposto al sistema di welfare state“. Un approccio che rischia anche di spostare l’attenzione pubblica sulle riforme strutturali necessarie per risanare un’economia che al momento vede il 45% della popolazione vivere con meno di 2 dollari al giorno e un tasso di disoccupazione tra i giovani che si attesta attorno al 70%.