maratonaaaaEra fin troppo facile utilizzare il concetto di maratona e farne una metafora della vita ma, assicura Alessandro Chiorino, frontman della band biellese Pagliaccio, “non c’era titolo più azzeccato per il nostro nuovo disco”. Si intitola infatti La Maratona la loro seconda fatica, perché la raccolta in crowdfunding per produrlo è assimilabile a una vera e propria faticosa marcia. E il prossimo 12 aprile, per tenere fede alla promessa fatta in caso di successo, prima di iniziare la raccolta fondi, la band correrà la Maratona di Milano e una volta tagliato il traguardo eseguiranno dal vivo una loro canzone.

Attivi già da qualche anno, i Pagliaccio sono dediti a un pop cantautorale dalle varie contaminazioni, in questo secondo album, infatti, musicalmente prevale una vena Reggae: “È proprio questa la chiave che abbiamo definito col nostro produttore Ale Bavo (già al lavoro con artisti come Mina e Subsonica, ndr), la base è un reggae bianco, con influenze che possono ritrovarsi, ad esempio, nella musica dei Police. La pulsazione reggae c’è tanto nei pezzi movimentati quanto nelle ballads, ma è contaminata da tutte le altre nostre influenze, non possiamo certo definirci dei puristi del genere. Però è venuto naturale che quello fosse l’elemento musicale unificante nella costruzione della base dei testi”.

Alessandro, in che condizioni siete arrivati al traguardo di questo secondo disco?
Questo è difficile dirlo, l’importante è esserci arrivati sani e salvi. Comunque io ho già corso realmente tre maratone e lo stato mentale in cui arrivi non è mai quello che di aver fatto tutto quel che dovevi, hai sempre il pensiero alla successiva che correrai. Ogni volta che compi un’impresa hai sempre voglia di bissarla e di migliorarla. E credo che sia lo stesso stato d’animo con questo disco. Siamo estremamente soddisfatti, ma non vediamo già l’ora di farne un altro che possa essere ancora più bello.

Cosa vi ha ispirato nella produzione di questo nuovo album?
Durante le registrazione abbiamo preso qualche piccolo spunto anche da pezzi pop, uno di questi è quello di Meghan Trainor intitolato All about the bass, l’abbiamo ripreso per certi suoni anni 50. Per il resto non ci siamo particolarmente immersi, anche perché le sessioni di registrazione erano molto dilatate, dalla tarda primavera-inizio estate concludendosi in novembre. Quindi quello che arrivava era un po’ misto. È stata un’evoluzione non una full immersion. Poi i featuring hanno po’ influenzato il nostro lavoro, come quello degli Ex-Otago e di Bianco. Abbiamo anche fatto una playlist legata alla maratona, con gruppi di musica emergente, alcuni meno conosciuti di noi altri più affermati.

Avete la sensazione di far parte di un nuovo movimento cantautorale?
Il cantautorato dal mio punto di vista ha avuto una grossa spinta negli ultimi dieci anni. Poi se n’è abusato, ok, ma ho la sensazione di far parte di un nuovo movimento cantautorale, non quello stereotipato voce e chitarrina classica, un po’ scordata che fa le cose nella sua cameretta, quello è stato importante e ha dato molto al livello testuale. I testi sono importanti, certo, ma anche la parte suonata, groovosa è fondamentale. Se devo pensare a cantautori di riferimento citerei Edoardo Bennato o Ivan Graziani, che avevano una spinta anche rock, nel senso di energia, legando testi alla musica. Penso che la nuova generazione di cantautori si contraddistingua proprio per questo.

Si può dare una definizione a questo movimento?
Avevamo provato a dar un nome a questo movimento, perché si sarebbe reso immediatamente identificabile, ma non ci siamo riusciti. Già con la creazione di quella playlist, con cui volevamo far passare questa idea, ci avevamo pensato. Inizialmente avevamo optato per il nome Ritmo-Ritmo, un rimando anche ai ginnasti del passato, anche un po’ fantozziani…

Nel disco parlate addirittura di ventennio…
Credo che gli ultimi 20 anni abbiamo rappresentato un periodo culturalmente buio. Abbiamo avuto dapprima un oscurantismo culturale a cui ha fatto seguito quello economico. Non voglio lamentarmi, vorrei darmi da fare, non ho paura di mettermi in gioco, il fatto è che non riusciamo ad avere occasioni proprio perché stiamo vivendo un periodo di merda. E non solo per un musicista. Il problema è che le generazioni che le vivono adesso, quando tutto sarà superato, avranno passato i loro anni migliori, è per questo che dico che diventiamo adulti a 50 anni. Perché se continuiamo a tenerci a galla fino a che non riusciamo a incidere perché adesso non è il momento e quindi spostiamo tutto più in là, le certezze non arrivano mai. Alla mia età i miei genitori avevano già due figli e tutto già avviato, io invece continuo a fare cose che mio padre avrebbe smesso di fare a 21 anni… si son spostati un po’ gli orizzonti.