Siria, attacco aereo vicino a DamascoQualche settimana fa mi sono recato nell’Akkar, in Libano, e ho incontrato alcuni ragazzi siriani. Eravamo a una manciata di km dal confine con la Siria. Siamo saliti su di una collina e da li’ abbiamo visto la vallata ai piedi del Krak dei Cavalieri. Di fronte a questo magnifico scenario, che interrompe per un attimo il nostro esilio, abbiamo parlato.

Mi hanno chiesto come dipingono in Europa quello che accade in Siria. Io ho voluto parlare solo dell’Italia, perchè l’Italia è un caso a parte. Ho raccontato a questi ragazzi che hanno perso tutto; che non possono tornare alle loro case perchè sono riservisti che hanno preferito uscire dal paese piuttosto che sparare contro la loro gente, che nel nostro paese, l’Italia appunto, la Siria continua a essere descritta banalmente: Isis contro Assad. Loro, quei ragazzi con le loro famiglie, sono il volto della vera tragedia che non viene mai raccontata e che sul tavolo della diplomazia, o nelle redazioni dei giornali nostrani, non ha nessun peso.

Alcuni di loro sono scesi in piazza a manifestare nel 2011 per chiedere libertà, quella che per qualcuno, in Italia, non puo’ appartenere agli arabi perchè incapaci di gestirla. Mi hanno chiesto “come è possibile che il mondo accetti quello che sta accadendo?”, ho fatto spallucce, è una domanda alla quale non ho più, se mai l’ho avuta, una risposta.

La guerra prolungata ha seminato in questi ragazzi la consapevolezza, pare strano dirlo. Hanno cominciato a diffidare da chi usa l’Islam per accreditarsi con la gente. Non intendo dire che sono diventati laici – un termine diventato caro all’Italia per catalogare gli arabi – ma che sono disincantati verso la società nella quale vivono. Quei giovani siriani, che mi mostrano dal confine la vallata del Crack che è casa anche per me, sono disillusi riguardo agli arabi. “Nazionalismo arabo” e “solidarietà araba e musulmana” sono diventate parole vuote e retaggio di tempi andati che hanno a che fare esclusivamente con i discorsi imparati a memoria a scuola sotto il Ba’th.

Quei ragazzi, che hanno vissuto tutta la loro gioventù fra quelle vallate, perché poveri, e che non hanno mai visto Damasco, sono capaci, quando glielo domando, di dirmi che sanno cosa è successo a Charlie Hebdo ma mi chiedono se in Europa, in Italia, sappiamo cosa viene fatto in Burma ai musulmani. Mi mostrano dei video con centinaia di musulmani picchiati dai buddisti solo perché professano un’altra fede.

“Ha più valore un cristiano di un musulmano?” mi chiede Ibrahim, “ come non parlano della Siria non parleranno neanche del Burma”. Capisco, una volta di più, che la percezione, la massa di credenze (ormai entrate nel senso comune) che si hanno sul Medioriente e sull’Islam formano uno scudo che se non lasceremo cadere a terra non potrà che condurci verso una strada di incomprensioni.

Se vogliamo capire il Medioriente dobbiamo guardare la realtà con gli occhi di questi ragazzi, immergerci nelle loro vite insieme a loro. Con loro, parlando, possiamo trovare le soluzioni adatte.

Mentre chiacchieriamo, arriva la notizia, attraverso Facebook, della pubblicazione di decine di migliaia di foto di cadaveri di prigionieri torturati a morte nelle carceri di Assad. Le cerchiamo su Facebook e cominciamo a guardarle insieme. Scorriamo velocemente le foto. I corpi sono a terra. Sulla fronte ognuno ha un numero scritto su un pezzo di adesivo. Ci sono anziani, uomini, donne e perfino adolescenti. Il macello nelle carceri del regime siriano è ben superiore ai massacri dell’Isis. Quelle migliaia di cadaveri ricordano gli ebrei nei campi di concentramento, anche loro identificati da un numero e quindi privati dell’umanità. Penso alla giornata della memoria. Quante volte, durante le celebrazioni, si dice “mai più’”. Eppure sta accadendo qualcosa di analogo in Siria.

Sami, uno dei ragazzi con me, si isola con il suo cellulare e comincia a scorrere le migliaia di foto: cerca suo fratello, arrestato sette mesi fa a un posto di blocco dei comitati di difesa popolare – una delle tante milizie  paramilitari fedeli ad Asad –, che si arricchisce  con i sequestri di gente comune e con i pedaggi ai posti di blocco.

“Niente, non c’e’ per fortuna” sospira Sami che spera ancora di riabbracciarlo.