Quando, da piccolo, mia madre mi portava dal dottore per qualche malessere, temevo sempre che non mi trovasse nulla, invece di esserne contento mi sembrava di scomodarlo per niente, temevo di fare una brutta figura, come se lo star male senza il supporto della causa di malattia si potesse trasformare in millantato credito.

Pochi giorni fa, entrando in ascensore ho incontrato una persona che conoscevo di vista, gli ho chiesto banalmente come stesse e mi ha risposto in maniera strana e un po’ imbarazzante: “Sto bene, ma mi hanno trovato un cancro”. Mi è sembrata una risposta un po’ criptica fra lo sfogo, la sfida, la rivendicazione e la richiesta di considerazione. Chiaramente non penso che faccia più piacere o sia più rassicurante se la malattia è oggettivabile, questo dipende dalla diagnosi e più che altro dalla prognosi, ma permette di identificare un nemico e di fronteggiarlo con le sinergie della persona stessa e di coloro che le sono vicini.

Il reperto tangibile di gravità è fra le prove più dure che una persona deve superare, ma, allo stesso tempo, mette chi ha la sfortuna di subire una malattia in uno stato sociale particolare, “tutti possono vedere che sono stato aggredito da una forza del male e questo mi permette di ottenere considerazione e rispetto sociale”, una sorta di riconoscimento che manca a chi non può dimostrare di stare male. Le manifestazioni spontanee a Parigi, dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo e al mercato ebraico e quelle di Tunisi, dopo l’attacco al parlamento e ai turisti del museo del Bardo, mi sembra che possano avere, tra le mille altre, una lettura simile: qualsiasi sistema, personale o sociale, subisca un attacco, interno od esterno, da un elemento “patogeno” visibile, merita considerazione, vicinanza e condivisione.

Purtroppo oggi la cultura della pietà, sentimento a volte bistrattato, è in subbuglio con conseguenze che non è facile prevedere. La maggior parte delle malattie mentali non hanno ancora riscontri oggettivi, per quanto possano comportare un vissuto soggettivo e una forma identificabile, non sono dimostrabili. Questo sancisce uno status di malattia incerto, in cui il dubbio fra avere una malattia e fare finta di averla diviene sottile e la possibile solidarietà viene minata dalla presunta malafede. Molière mette in scena “Il Malato Immaginario” seguendo la cultura della Francia di fine 600 che considera i folli persone affette da una malattia immaginaria, ponendo anche i curanti nel ruolo di poco più che ciarlatani.

Chi soffre di disturbi non oggettivabili si sente facilmente in colpa per quella che gli altri ritengono una finzione di malattia, e questa colpa si trasforma spesso in mancanza di diritti che coinvolge chi soffre e i suoi familiari. C’è da chiedersi quanto ancora oggi le persone che soffrono di un disturbo mentale vengano viste come malati immaginari, o non vengano viste affatto, solo così si possono capire quella sorta di “case da fantasmi” che erano i manicomi. L’ultimo atto della legislatura italiana su questo tema dovrebbe essere il superamento dei manicomi giudiziari, speriamo che ciò significhi realmente una migliore qualità della vita per chi ora li abita e non soltanto un bel gesto.