Il premier greco Alexis Tsipras appare sempre più isolato a Bruxelles. Al mix di diffidenza e simpatia che la sua elezione aveva scaturito nei confronti dei suoi pari capi di Stato e di governo, è subentrata una velata, quasi manifesta, ostilità.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso potrebbe essere stato l’incontro ristretto chiesto da Tsipras giovedì sera, dopo il primo giorno di Consiglio europeo. Il premier greco ha chiesto esplicitamente al presidente del Consiglio europeo, il polacco Donal Tusk, un incontro con il numero uno dell’eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, Jean-Claude Juncker, Mario Draghi, la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande.

A sbottare per primo è stato il mansueto Charles Michel, che insieme all’olandese Mark Rutte e al lussemburghese Xavier Bettel, ha espresso ufficialmente la propria amarezza per essere stato estromesso. Al netto del politichese, il ragionamento dei tre è semplice: i soldi prestati alla Grecia sono anche nostri, perché Tsipras deve parlare solo con Francia e Germania?

Ma questo incontro è convenuto davvero ad Atene? A ben guardare, no, visto che l’unico esito non è stato altro che ribadire l’accordo sottoscritto dalla Grecia all’eurogruppo del 20 febbraio, ovvero riforme in cambio della nuova tranche di aiuti, riforme nuove, concordate con il nuovo governo Syriza, ma pur sempre riforme.

Matteo Renzi non è stato invitato da Tsipras. E la sensazione è che non ci tenesse nemmeno più di tanto. Al termine del secondo giugno di summit, Renzi ha detto che “discutere va sempre bene” ma ha ribadito l’importanza che “la Grecia rispetti gli impegni”. Sembra proprio che dopo la sparata di Varoufakis sulla possibilità che anche l’Italia faccia default (8 febbraio 2015) Atene non abbia più crediti con Roma. D’altronde, al di là del supposto colore politico, le differenze politiche concrete tra i due governi sono evidenti.

Irlanda, Portogallo, Spagna e Paesi baltici non ne vogliono sentire parlare di occhio di riguardo nei confronti della Grecia. Principalmente perché tutti questi Paesi hanno dovuto già ingoiare corpose misure di austerità – e in silenzio – soprattutto Portogallo e Irlanda, beneficiarie in passato di aiuti internazionali. Più politico il discorso per la Spagna che vede nell’avanzata nei sondaggi interni di Podemos, alleati internazionali di Syriza, come vero e proprio fumo negli occhi. I Paesi baltici, da parte loro, non hanno proprio mandato giù alcune pretese di Tsipras, come il salario minimo a 750 euro, dal momento che in Paesi come la Lituania – dove si spende molto di più di riscaldamento che in Grecia – è di poco al di sopra dei 250 euro.

Tsipras ha ragione. La crisi umanitaria che sta attanagliano da troppo tempo milioni di greci è reale e merita una risposta politica e non solo tecnocratica. Proprio per questo, forse, sarebbe meglio cambiare strategia, almeno a Bruxelles.

@AlessioPisano

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