Forse Lynsey Addario ha trovato un modo per scrollarsi di dosso il male del mondo. Non si spiega, altrimenti, quella sua voce calma e lenta, nel raccontare gli orrori che si è trovata di fronte. A tradirla, in certi istanti, nelle molte interviste che rilascia, soltanto un velo di tristezza, che le oscura i grandi occhi e che viene spazzata via da un sorriso duro, compresso tra due fonde rughe verticali. Per 15 anni la celebre fotoreporter americana che pubblica su The New York Times, National Geographic e Time Magazine, ha seguito le più feroci guerre della nostra epoca: Iraq, Siria, Darfur, Libano, Afganistan, Congo, Libia, dove è stata rapita nel 2011 dai soldati di Muammar Gheddafi, mentre si trovava in auto con tre colleghi. “Li abbiamo pregati con tutte le nostre forze di lasciarci in vita”, ha raccontato, “e per fortuna ci hanno ascoltato”. Ha raccontato le sue esperienze di fotogiornalista di guerra nel libro, appena pubblicato in inglese, It’s What I Do: A Photographer’s Life of Love and War (Quello che faccio: vita di una fotografa tra amore e guerra) dal quale il regista Steven Spielberg, secondo le indiscrezioni, è pronto a realizzare un film con l’attrice Jennifer Lawrence.

Lynsey Addario – Behind The Lens from Reportage by Getty Images on Vimeo.

Grazie al suo lavoro è stata appena nominata, dall’American Photo Magazine, tra i 5 fotografi più influenti degli ultimi 25 anni, perché “ha cambiato il modo di farci vedere i conflitti mondiali”. Prima ancora ha vinto il premio Pulitzer e la borsa di studio MacArthur “Genius” (oltre 600mila dollari in 5 anni). Un vero talento, il suo, misto a coraggio e a un’incredibile intraprendenza, che ha iniziato a manifestarsi quando, poco più che ventenne, dopo essere cresciuta nel Connecticut, in una numerosa famiglia italo-americana, se n’è andata in Argentina. Lì ha lavorato per il Buenos Aires Herald, senza alcuna preparazione nel fotogiornalismo. Poi è tornata negli Stati Uniti, a New York, dove per anni ha fatto la freelance per l’Associated Press. Ma il suo desiderio continuava a restare quello di viaggiare e così è partita per New Delhi e poi, nel 2000, ha fatto il suo primo viaggio in Afganistan.

Il memoir pubblicato da Penguin è un dettagliato resoconto dei rischi che Addario ha corso mentre copriva i conflitti, i diversi incidenti d’auto, i due rapimenti ai quali è scampata, mentre gli autisti che erano con lei sono rimasti uccisi. La fotoreporter 41enne racconta anche le difficoltà che ha dovuta superare “in quanto donna”: le molestie sessuali sfociate in veri e propri assalti, la difficoltà di dire quello che aveva passato ai suoi colleghi, per paura di sembrare da meno di loro, più debole. Le pagine di It’s What I Do scorrono tra le immagini dei funerali di amici e colleghi che non ce l’hanno fatta, le lotte con gli editor per le foto da pubblicare, il sodalizio con chi ha capito la sua voglia di fare uscire foto scomode, che facessero riflettere, che lasciassero un segno nei lettori.

E ancora, la sua vita personale, l’incontro con l’attuale marito e la nascita del figlio, che adesso ha due anni e che non le ha impedito di tornare al lavoro. “Continuo ad andare nelle zone di guerra, senza però spingermi in prima linea e sotto i proiettili come ho fatto per anni – ha spiegato di recente al network americano Npr, National Public Radio. – Adesso ho una responsabilità perché sono madre e devo restare viva, o almeno, cercare di restarlo. So che ci sono degli imprevisti che non posso controllare. Per ridurre il rischio resto ai margini, concentrandomi di più sui civili e sulle questioni umanitarie. L’essere madre ha anche cambiato il mio modo di fotografare: prima tenevo la camera attaccata alla faccia, ficcando dentro l’occhio, e guardavo il mondo come se fosse un film. Adesso è più difficile. Quando vedo una madre che stringe a sé un figlio molto malato, che potrebbe non sopravvivere, mi chiedo che cosa farei se ci fosse Lukas al suo posto e io, come lei, non potessi fare niente per aiutarlo. Ma in ogni caso, nonostante la maternità, io so che non smetterò mai di fare il mio lavoro”.