La prima volta che mi capitò di scrivere di “virus” correva l’anno 1988.

Niente a che vedere con il magmatico scenario odierno, nonostante allora fossero già passati più o meno 17 anni da “Creeper” che visualizzava sugli schermi del tempo il messaggio “Sono un rampicante: prova a prendermi!” infastidendo chi sedeva alla scrivania ma non provocando danni di sorta.

Bei tempi. Quel genere di infezioni erano innocue, contenute in ambiti ristretti al punto di non riuscire a varcare la soglia dell’ufficio in cui avveniva lo scherzo, facilmente contrastate in modo omeopatico dalla semplice corretta configurazione del sistema operativo. Infatti proprio il software di base Tenex non ha dovuto fare grandi sforzi per contrastare la flebile minaccia.

I virus passavano da un computer all’altro con andamento lento, utilizzando i floppy disk – quelli con l’involucro in cartone a 5 pollici e un quarto e i primissimi in plastica da “3 e mezzo” – e sfruttando gli improvvidi inserimenti di utenti tutt’altro che diffidenti e ancor meno intimoriti dall’odierno spauracchio del contagio.

L’evoluzione delle pestilenze ha seguito di pari passo lo sviluppo delle tecnologie e delle conseguenti abitudini: dalla contaminazione per contatto diretto alla trasmissione dei cyber-bubboni attraverso gli allegati della posta elettronica, poi mediante la semplice inoculazione dei codici maligni in normali pagine web pronte a trasformarsi in punto di compromissione per chiunque vi approdasse, quindi con il trasferimento peer-to-peer di file infetti, e dopo ancora con malware nascosti in qualunque angolo e in grado di combinare qualsiasi azione spregevole.

Ma se tutti sanno come è cresciuto il fenomeno e quali dimensioni è riuscito a raggiungere, è un po’ meno affollata la platea di quelli che sono in grado di indicare più o meno con certezza l’origine di una condotta che da burla è divenuta malvezzo per poi diventare crimine.

A chi crede che i virus siano apparsi prima nell’universo dei Pc, dobbiamo fare la sorpresa nell’annunciare che il primo caso a memoria d’uomo (e di donna!) riporta al mondo Mac.

Nel 1982 a Pittsburgh, in una anonima classe equivalente ad una nostrana terza media, c’è un ragazzino particolarmente vivace. Si chiama Richard, Richard Skrenta, e – pur non avendo ancora compiuto 15 anni – si presenta come un avventuroso e navigato esploratore delle tecnologie. Malizioso, impertinente, ha senza dubbio una intelligenza fuori dal comune e una innata predisposizione ad utilizzare il computer e i suoi programmi.

Non resiste alla tentazione di scrivere un programma per “castigare” i suoi compagni di scuola sempre intenti a far copie abusive dei videogame. Si mette alla tastiera del suo Mac II e, come un druido capace di qualsivoglia pozione, combina un intruglio di comandi lesivi per l’apparato che li manda in esecuzione. Il suo “veleno” si chiama “Elk Cloner”, nome composto dal termine “alce” e “riproduttore”.

Un inciso. Sarebbe bello sapere qualcosa in più rispetto alla scelta del nome (ho scritto oggi all’interessato e, dopo essermi inutilmente scervellato e aver frugato negli anfratti di Internet, confido in una risposta “di prima mano”) e se qualcuno ha notizie sarà ben lieto di leggerle nei commenti.

Il programma virale, installato su un floppy “auto avviante” (adoperato per far “partire” il computer quando ancora non tutti avevano un disco fisso), veniva caricato in memoria e “copiato” sui dischi successivamente inseriti per procedere alla copia di un “eseguibile” (come, ad esempio, un giochino). Al cinquantesimo avvio del floppy infetto, sullo schermo dell’utente appariva una bizzarra poesia, la cui traduzione è “Elk Cloner: il programma con personalità, si piazzerà su tutti i tuoi dischi, si infiltrerà nei tuoi circuiti. Sì, è il clonatore. Si incollerà a te come fosse colla e modificherà anche la tua memoria Ram”.

Poco male, tutto sommato, visto che i suoi pronipoti sono capaci di ben altre cose….

PS – Mi ha appena scritto “Rich”. Potenza della posta elettronica.
PPS – nella sua mail “svela” il mistero dell’alce o forse risponde ad una domanda che nessuno gli aveva mai fatto.
Ecco qui.
“Mio padre era un cacciatore. Aveva sparato ad un alce e l’aveva fatto imbalsamare. L’alce era appesa come trofeo su una parete del suo ufficio, proprio dove si trovava il mio computer Apple. Ogni volta che mi mettevo alla tastiera, l’alce era lì che mi guardava. Ho pensato che l’alce fosse simpatica e intelligente e, così, ho deciso di scegliere come pretesto ispirativo “The Smiling Elk”, ovvero l’alce sorridente. E così il mio virus è diventato il “clonatore dell’alce”.

Grazie Rich, davvero, di cuore.

@Umberto_Rapetto