“Provace a venì qui che poi vedemo”. Oppure: “Ho da fare fino a primavera”. Sono alcune risposte dei capibastone del Pd romano a Fabrizio Barca, incaricato dal commissario Matteo Orfini di redigere il rapporto che definisce il sistema di potere dei Dem capitolini ‘non solo cattivo, ma pericoloso e dannoso’.

Non era mai accaduto che un esponente di partito denunciasse con tanto coraggio il marcio esistente nel suo stesso partito, soprattutto quando si parla di una sinistra che ha sempre fatto pesare la sua molto presunta ‘superiorità morale’. Tipico di Barca. Lo ricordo qualche anno fa, a L’Aquila, in una caldissima giornata estiva, rispondere per ore in piazza del Duomo alle proteste dei tanti cittadini esasperati dall’abbandono post-terremoto. Il sole picchiava, ma l’allora ministro della Coesione territoriale di Monti restò fino alla fine perché, ci fece capire, non c’è fatica che tenga quando si rappresenta lo Stato.

Chissà quante altre eccellenze avrebbero mollato tutto alla prima gocciolina di sudore. Non ebbi più occasione di sentirlo fino al febbraio 2014, quando di lui si parlava come possibile ministro di Renzi. Poi la telefonata con il finto Vendola alla La Zanzara, dove Barca definiva ciò che si muoveva attorno al Matteo nascente “avventurismo senza idee”, bruciò la poltrona che neppure voleva.

In politica, si sa, la verità ha un prezzo salatissimo. Ecco di che pasta è fatto Barca. Ecco perché il Pd ‘pericoloso e dannoso’ può fare a meno di lui.

Da ‘Stoccata e Fuga’, il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2015