“Faremo tutto il possibile per rendere vincente la nostra candidatura per la Coppa d’Asia 2019”. La precisazione del presidente della federcalcio Ali Kafashian ha subito chiarito quanto poco la spinta ideale abbia pesato sulla imminente apertura degli stadi iraniani alle donne straniere.

Con la rivoluzione di Khomeini il diritto sportivo a Teheran è ripiombato nel Medioevo. I grandi eventi agonistici latitano dal 1976, anno in cui la principale competizione calcistica continentale fece tappa nell’antica Persia. Due anni prima era stata la volta delle olimpiadi asiatiche, poi più nulla. Oggi l’Iran vive un nuovo risveglio sportivo, nonostante il crollo degli incentivi alla attività fisica dovuti a intransigenza religiosa e anni di embargo: nel 2014 la nazionale di Queiroz è tornata ai Mondiali, le 12 medaglie ai Giochi di Londra rappresentano il record di sempre per il Medio Oriente.

È il momento di monetizzare da un punto di vista organizzativo, ma l’assegnazione di un torneo internazionale non può prescindere da passi in avanti sul tema dei diritti. Nelle scorse settimane le pressioni sulla Repubblica Islamica sono aumentate: “Esiste in Iran un bando collettivo per le donne allo stadio, tutto ciò non può più essere tollerato” aveva scritto Joseph Blatter sul bollettino della Fifa in occasione della giornata internazionale della donna. Parole che smentivano quanto detto poche settimane prima dal segretario generale della confederazione asiatica Alex Soosay, secondo cui le restrizioni iraniane non rappresentano un problema nei rapporti con la federcalcio locale.

Lo sdegno di Blatter è andato parzialmente a segno, ma il rapporto tra gentil sesso e sport sotto il governo di Rouhani rimane complicato. Il caso più clamoroso risale allo scorso 20 giugno, data dell’arresto di Ghoncheh Ghavami. L’attivista britannica di origine iraniana passò cento giorni in isolamento per avere assistito al match di World League di pallavolo maschile tra Iran e Italia. Vuole Teheran che l’accesso agli stadi sia vietato per proteggere le donne da eventuali comportamenti lascivi da parte degli spettatori di sesso maschile. La minaccia della federazione internazionale pallavolo di bandire l’Iran da ogni competizione fruttò, per lo meno, la decisione di consentire alle tifose non nate in patria di entrare al palazzetto durante i match. Come ora avverrà con il pallone.

L’episodio che coinvolse Ghoncheh, derubricato dal regime a fermo per “propaganda anti governativa”, ebbe eco mondiale e pose i riflettori su una aberrazione che non è solo iraniana. A dicembre una giovane è stata arrestata a Gedda perché scoperta sugli spalti a godersi la sfida tra Al-Ittihad e Al-Shabab. Aveva comprato il biglietto su internet e spiegò di non essere a conoscenza della legge che vieta alle donne saudite di partecipare a eventi sportivi. Anche la monarchia araba, che vanta una legislazione persino più rigida di quella di Teheran, dichiara in questo modo di preservare le cittadine da indecenze e promiscuità.

Qualche giorno fa Human Rights Watch ha denunciato l’impossibilità per bambine e ragazze nelle scuole del paese di prendere parte alle lezioni di educazione fisica. Una riforma del 2013 aveva messo fine a questa discriminazione, ma secondo l’ong il divieto è ancora in atto. Mentre donne fondano squadre di calcio e gruppi sportivi, alcuni leader religiosi arabi continuano a tuonare contro “pratiche demoniache” come il calcio e altre attività che corrompono l’animo femminile e rischiano di compromettere le loro abilità riproduttive.

Altrove i problemi per lo sport femminile non sono di natura giuridica, ma economici. Discriminazioni infinitamente meno gravi rispetto a quelle in atto in alcuni paesi mediorientali, ma che finiscono per limitare le possibilità di espansione anche delle discipline più praticate.
In estate in Canada i mondiali femminili saranno giocati su campi di erba sintetica, circostanza che fa infuriare le principali atlete internazionali. In Italia le calciatrici non sono ritenute meritevoli di una diretta tv. Una buona notizia, per chiudere, arriva da Londra: a agosto per la prima volta la finale di FA Cup in gonnella sarà ospitata nel leggendario stadio di Wembley.