“Un attacco in pieno stile Isis, simile a quelli di Parigi a Charlie Hebdo e al supermarket Hypercasher. Anche questa volta non siamo davanti a una tattica suicida: questi sono dei soldati, non carne da macello”. Ancora nessuna rivendicazione ufficiale da parte degli uomini dello Stato Islamico riguardo all’attentato al museo del Bardo, a Tunisi, mentre dall’intelligence del Paese nordafricano filtrano pochissime informazioni. Secondo Marco Lombardi, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e responsabile del Team italiano di ricerca su sicurezza, terrorismo e gestione delle emergenze (Itstime), ci sono però molti elementi che fanno pensare alla mano dello Stato Islamico, con il Paese che deve prepararsi a una “escalation” di violenza e ad attacchi in serie.

A differenza degli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, spiega il professore, “non ci sono finora filmati a disposizione da poter analizzare per capire il grado di preparazione militare degli attentatori, ma il modus operandi sembra molto simile a quello dell’attentato di Parigi”. C’è un altro elemento, però, che collega il commando armato ai miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi: “Dalle pochissime informazioni che filtrano dall’intelligence tunisina – continua Lombardi – sembra che uno dei terroristi abbia fatto un’ultima chiamata alla famiglia prima dell’attacco. La telefonata è partita da un cellulare con scheda sim irachena, elemento che fa pensare a un foreign fighter di ritorno dal califfato”.

Un altro aspetto che, secondo Lombardi, accomuna gli attacchi di Tunisi a quelli di Parigi, ricollegando così i due episodi allo Stato Islamico, è la dinamica dell’azione militare. “Ancora non si ha una ricostruzione certa – spiega Lombardi – ma il fatto che alcuni testimoni parlino di uomini in mimetica e altri di uomini in abiti civili fa pensare a un attacco doppio, come quello a Charlie Hebdo e al supermercato kosher. Gli uomini in mimetica potrebbero aver cercato di attaccare il Parlamento tentando di passare per guardie, mentre gli altri, in abiti civili, si sarebbero mimetizzati tra i turisti al museo. Poi le cose sono andate male al Parlamento e il commando si sarebbe rifugiato dentro il Bardo. A rafforzare questa ipotesi c’è il fatto che gli attentatori hanno iniziato a sparare quando erano ancora fuori dall’edificio, una tattica senza senso che fa pensare a una fuga dai militari di guardia al Parlamento”.

L’aver sottovalutato il peggioramento delle problematiche legate al terrorismo all’interno del Paese, dice il professore, ha sicuramente favorito l’azione degli attentatori. Nelle ultime settimane, infatti, la Tunisia ha visto centinaia di combattenti dello Stato Islamico tornare in patria per passare il confine con la Libia e appoggiare i jihadisti a Derna e Sirte. La chiusura e il rafforzamento dei controlli alle frontiere da parte del governo di Tunisi ha fatto sì, però, che tutti questi jihadisti si concentrassero sul territorio tunisino.

Questo fatto ha rafforzato ulteriormente la già massiccia presenza di soggetti radicalizzati nel Paese: “La Tunisia come il Marocco – continua Lombardi – ha un’altissima percentuale di soggetti radicalizzati. Si parla di un rapporto di 22 ogni 100mila abitanti. Teniamo conto che la media degli altri Paesi dell’area è di 4 o 5 ogni 100mila”. Questo processo si va ad inserire in uno scenario in cui “l’Isis sta cercando di spingere la sua influenza verso ovest, fino al Marocco, con i gruppi fedeli al califfato che sferrano attacchi con l’obiettivo di destabilizzare i Paesi dell’area. La conquista territoriale da parte degjli uomini di al-Baghdadi è, al momento, impensabile ed è per questo che Isis ha modificato la sua strategia: oltre alla creazione di un vero e proprio Stato in Siria e Iraq, i miliziani in nero stanno allargando la propria influenza “a macchia di leopardo, invitando le decine di gruppi radicali sparsi per i Paesi di tutta l’area a sferrare attacchi alle istituzioni e a obiettivi sensibili. Se dobbiamo aspettarci attacchi in serie? Temo proprio di sì, ci sarà un’escalation di violenza perché il problema è stato sottovalutato. Bastava essere tutti più attenti: Isis dichiara sempre i suoi obiettivi nei messaggi di propaganda”.

Twitter: @GianniRosini