Nei miei sogni c’è un improvviso sciopero dei retroscenisti, quei bravi giornalisti che captano gli umori reconditi del potere e li squadernano sulle pagine dei quotidiani; afferrano le indiscrezioni e spiegano come va il mondo, almeno per quanto riguarda i piani più alti. Potremmo definirli anche “mangiafoglisti”, perché “mangiare la foglia”, cioè capire cosa succede dietro le quinte della politica, è una delle arti più apprezzate dall’indole italica, che presume se stessa ricca di machiavelliche furbizie e si sintonizza volentieri sulla lunghezza d’onda di chi riferisce primizie del Palazzo. Notizie sicuramente vere, che fanno di questo giornalismo ben informato un elemento necessario per capire un panorama politico poco trasparente come quello italiano: ma difficili da verificare nei casi in cui vengono citati frammenti di discorso del leader di turno, quasi sempre riferiti da fonte ignota.

Nella scienza si assegna valore a asserzioni dimostrabili o, come diceva Popper, suscettibili di falsificazione. Se ipotizzo che esista la forza di gravità, devo elaborare un esperimento o trovare una prova in natura (ad esempio, vedere se cade la mela che si stacca dal ramo) per trovare una conferma o una smentita. Lo stesso accade per molti generi giornalistici, ma non sempre per il retroscena, che a volte vola troppo alto, riferendo parole pronunciate in camera caritatis, o addirittura stati d’animo: cioè racconta il vero ma non ci permette di distinguerlo dal verosimile.

Il potere politico si sente autorizzato da questo strumento a manifestare il proprio pensiero senza assumersene la responsabilità fino in fondo. Ed eccoci ai sogni. In caso di breve astensione dal lavoro dei retroscenisti, il presidente del Consiglio Matteo Renzi avrebbe solo due possibilità: chiedere ufficialmente – cioè con dichiarazione autografa e virgolettata – le dimissioni del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, non indagato ma chiamato in causa per scandali attinenti le opere pubbliche; oppure tacere. Sarebbe così possibile capire cosa pensa o non pensa, fino a prova del contrario. Invece Renzi, il cui governo ha prolungato di dodici mesi l’incarico di consulenza a Ercole Incalza, considerato dalla Procura fiorentina l’epicentro dell’ultima tranche di scandali, ufficialmente non parla ma riesce, probabilmente consigliato in questo senso dai suoi spin doctor, a far parlare di sé. La cosa non sarebbe strana se non si stagliasse su uno sfondo di dichiarazioni ufficiali e tweet che, da quando è al governo, Renzi ha dedicato agli argomenti più vari e, in particolare, al nemico di turno.

Impossibile dimenticare i sindacalisti che, secondo il premier, cercherebbero di infilare gettoni telefonici nell’iPhone, o le intemerate ai magistrati sulle loro vacanze: “L’Italia è patria del diritto, non delle ferie”. Quindi Renzi, quando vuole, è ben dotato di favella. Naturalmente è comprensibile il suo silenzio ufficiale su Lupi, che – stando alle intercettazioni – non ha detto tutta la verità sui favori ricevuti: non sarà reato ma non è neanche bello per un ministro. Senza azzardare retroscena, c’è un problema di responsabilità di governo condivise, di un divorzio complesso perché, dal punto di vista politico, il matrimonio è avvenuto in regime di comunione dei beni. Al premier non basterebbe dire: “Lupi, sii gentile e lungimirante: dimettiti”. Dovrebbe aggiungere un’analisi impossibile da contenere in un tweet, spiegare a se stesso e agli altri che, in un Paese ad elevatissimo tasso di corruzione ed evasione fiscale, non è tollerabile che una legge, detta appunto anti-corruzione, resti al palo per quasi seicento giorni e che “manine” introducano di nascosto soglie di non punibilità; che il problema della responsabilità civile dei giudici, peraltro già risolto almeno in parte molti anni fa, non è così centrale per il Paese, e che la legge attuale rischia di scassare definitivamente la macchina della giustizia; che la linea scelta dal governo e dalla maggioranza del Pd è da rivedere radicalmente.

Forse una richiesta ufficiale di dimissioni del ministro arriverà nelle prossime ore. Forse a rendere rapidamente obsolete queste righe contribuirà lo stesso Lupi, rinunciando spontaneamente all’incarico. Ma sicuramente l’analisi degli errori commessi da questo governo tarderà, o magari sarà annunciata da qualche retroscena, che naturalmente leggeremo con attenzione. Per il momento dobbiamo accontentarci di sapere che il premier è “molto irritato” col ministro che non si dimette, che in caso di mozione di sfiducia difficilmente lo difenderà. Probabilmente Renzi lo ha detto a qualcuno dei più stretti collaboratori, ma se qualcuno gliene dovesse chiedere conto potrebbe anche rispondere di essere stato frainteso. Un classico del nostro dibattito pubblico.