Di tutte le cose dette e scritte a proposito (e a sproposito) del caso del ministro Lupi, una mi ha colpito in particolare. Stavo guardando, come sempre, l’Otto e mezzo di Lilli Gruber, l’unico talk politico della tv italiana che vale la pena di seguire, e seguivo il dibattito tra la conduttrice, il solito Salvini e Paolo Mieli. Prima che Salvini iniziasse i suoi sproloqui, sottolineati nella loro sfuggente pochezza dalla conduttrice, il discorso scivolava sul fatto del giorno: l’inchiesta della procura che ha coinvolto il ministro delle infrastrutture. E qui è accaduta una cosa per me davvero incomprensibile.

Mieli con il suo tono pacato e la sua serenità da conoscitore delle cose di questo mondo si diceva certo delle ormai prossime dimissioni di Lupi e le considerava doverose, inevitabili anche se in fondo eccessivamente punitive per un uomo politico che ha un suo livello e “non è certo un traffichino”. La prima affermazione è stata smentita (almeno per ora) dai fatti e da un attaccamento alla poltrona che neanche un conoscitore della vita politica come Mieli aveva previsto, oltre che dal senso di superiorità, di intoccabilità che caratterizza gli appartenenti a quell’ambiente politico-cultural-religioso a cui Lupi fa riferimento.

La seconda affermazione invece cozzava contro alcune evidenze passate e presenti. Ogni volta che vedo o sento Lupi, infatti, non posso fare a meno di pensare ai traffici mediatici che organizzò qualche anno fa attorno alla conversione al cattolicesimo di Magdi Allam, alla trasformazione di quella scelta in un evento politico-religioso-mondano, con un gran ‘traffico’ di auto blu e di scorte pagate dai cittadini e lui nel ruolo, non si è mai capito perché, di regista. Erano tempi in cui queste piazzate erano apprezzate o almeno consentite dal Vescovo di Roma. Poi è arrivato un nuovo Vescovo dall’altra parte del mondo e credo che nessuno oserebbe proporgli iniziative del genere con il rischio di essere preso a calci nel sedere.

Ma torniamo all’oggi, anzi a ieri, alla laurea del figlio del ministro con regalo di un Rolex da parte di un imprenditore che ha rapporti di interesse con il ministero e assunzione del giovane in un’azienda del munifico imprenditore. Non so voi, ma io li definirei proprio ‘piccoli traffici’ e chi li fa o anche li accetta un traffichino. Questa, che non è un reato, è la cosa che più mi colpisce. Per la mia esperienza professionale, ogni giorno mi capita di incontrare giovani bravi, bravissimi, con soggiorni di studio all’estero, che dopo la laurea con il massimo dei voti (ma senza rolex), mi chiedono consigli, non raccomandazioni ma indicazioni, suggerimenti per trovare un lavoro. E a tutti, rispondendo, da anni devo premettere che il momento è quello che è, che non sarà facile.

Ecco, in un momento come questo, un ministro della Repubblica che abbia il senso della dignità del suo ruolo non solo non incoraggia rapporti tra il figlio neolaureato e le aziende legate al suo ministero, ma intima al figlio di tenersene alla larga il più possibile, di cercare un lavoro altrove in ambienti che nulla hanno a che fare con la cosa pubblica, magari all’estero dove già ha fatto esperienze, in modo da non destare neanche il minimo sospetto di qualche “traffico”.