“L’emendamento sul falso in bilancio o la legge anticorruzione incontrano tanti ostacoli, mentre la normativa che riguarda la responsabilità civile dei magistrati è passata di corsa. Come mai?”. E’ un attacco al governo guidato da Matteo Renzi, alle prese con il ddl Grasso, e al contempo un appello ad “abbandonare le parole per passare ai fatti”, quello di Don Luigi Ciotti. Il fondatore di Libera insieme al procuratore capo della Dda di Bologna, Roberto Alfonso, è intervenuto al convegno intitolato “Mafie e mafiosità”, organizzato in vista della ventesima Giornata dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime delle mafie che quest’anno, il 21 marzo, farà tappa sotto le Due Torri.

“Io non sono un tecnico – spiega Don Ciotti – ma c’è già un sistema che chiede, a chi sbaglia, di rendere conto dei propri errori. Dunque non bisogna accettare questo gioco perverso che ostacola tanti meccanismi legislativi fondamentali per il corretto funzionamento del sistema giustizia. La corruzione è l’altra faccia della medaglia rispetto alla mafia, e se vogliamo combattere dobbiamo smettere di nasconderci dietro ai protocolli, alla parola antimafia, spesso svuotata di significato, e al concetto di etica”.

Il riferimento è al quadro dipinto dal procuratore Alfonso, che definisce legge sulla responsabilità civile “molto pericolosa”: “La normativa non danneggia tanto i magistrati, che già oggi pagano di tasca propria un’assicurazione che li tuteli, ma può condizionare il giudizio del giudice. Inoltre, in ogni procedimento, civile o penale, la parte che perde potrebbe decidere di fare causa al giudice, con il rischio di trovarci tanti contenziosi quanti sono i processi, senza dimenticare che la giurisprudenza si è evoluta negli ultimi 50 o 60 anni proprio grazie alle sentenze coraggiose emesse in passato, che però scomparirebbero con il rischio, per il giudice, di essere sanzionato”.

Secondo Alfonso, sono altre le priorità a cui il governo Renzi dovrebbe guardare per implementare l’amministrazione della giustizia, “che oggi – precisa il capo della Dda bolognese – è in una situazione disperata”: “Rivedere le norme che regolano i beni confiscati alle mafie, oggi ridestinati con enormi ritardi, modificare la prescrizione, che in alcuni casi, complice la mancanza di risorse che affligge il sistema giustizia, umane e finanziarie, blocca i processi ancor prima che inizino, e ancora una legge sulla corruzione. Invece si è deciso di smantellare i vertici della magistratura attraverso la riforma della Pubblica Amministrazione”. Che anticipando l’età pensionabile dei magistrati, da 75 a 70 anni, entro fine anno manderà a casa 700 capi di uffici, tra cui presidenti di tribunale, procuratori e giudici della Cassazione.

I vuoti che le inchieste condotte dalla magistratura creano nelle organizzazioni criminali, sottolinea il fondatore di Libera, citando sia Mafia Capitale, sia l’indagine Aemilia condotta dalla Dda di Bologna, che ha portato a 117 arresti, “vengono immediatamente riempiti e indignarsi non basta, è diventata quasi una moda: dobbiamo essere eretici, perché eretica è la persona che sceglie, e che più della verità ama la ricerca della verità”.

“Quando arrivai a Bologna nel dicembre del 2009 – ricorda Alfonso – iniziai subito a denunciare il radicamento di una presenza mafiosa nel territorio emiliano romagnolo, ma venni etichettato come un visionario. Oggi l’inchiesta Aemilia ha dimostrato che la criminalità organizzata al Nord di stampo ‘ndranghetistico è una realtà, e chi mi chiamava visionario si appunta la medaglietta dell’antimafia al petto nella speranza di adeguarsi ai tempi. Ma l’antimafia non è solo partecipare a convegni, è un modo di vivere. In Emilia Romagna non c’è il controllo armato del territorio come avviene al Sud, mancano gli orpelli, si segue il denaro, ma serve una vigilanza costante e capillare”. Per contrastare efficacemente le organizzazioni criminali, per il numero uno della Dda bolognese è necessario “recuperare ciò che negli anni di crisi è andato perduto: diritti, dignità e libertà. Le alte percentuali di astensionismo registrate alle ultime elezioni”, cioè le regionali del 2014, continua Alfonso, “dimostrano che i cittadini hanno capito che chi li rappresenta non ha avuto come obiettivo il bene comune, ma il proprio interesse particolare, la gestione illecita del potere, l’arricchimento. La fiducia è stata tradita, e le istituzioni o la recuperano, o si crea insicurezza, paura. Il che porta ad altra illegalità”.