Breve sì, ma non lampo. Ieri il Senato ha stralciato la norma sul divorzio diretto contenuta nel disegno di legge sul divorzio breve, cioè quella che avrebbe permesso, in assenza di figli minori, maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o con meno di 26 anni economicamente non autosufficienti, lo scioglimento immediato del matrimonio. Oggi quindi, dopo l’informativa del presidente del consiglio Matteo Renzi, a palazzo Madama si procederà con il voto finale che con ogni probabilità vedrà l’approvazione del disegno di legge a larghissima maggioranza. Potremmo dire che chi si accontenta, gode.

Resta tuttavia l’amaro in bocca e la sensazione dell’ennesima occasione sprecata. Almeno stando ai sondaggi, infatti, l’84% degli italiani sarebbe stato favorevole (Rapporto Eurispes 2014). Ma il nostro, ahimè, non è in realtà uno Stato laico. I tanti secoli di Chiesa ne hanno fortemente condizionato l’autonomia al punto da convincerci che quella del divorzio breve sia una questione morale e non di diritti civili. Certo, ergersi a sua tutrice è per la Chiesa la via più sicura per mantenere il potere, ma la morale stavolta non c’entra. In discussione c’è quella sacrosanta libertà di scelta che dovrebbe caratterizzare una società moderna e democratica come la nostra e che a tutt’oggi, invece, ci viene negata. Sì, perché noi italiani siamo, insieme a pochi altri cittadini europei, gli unici a essere ancora obbligati a “riflettere”, prima del divorzio, sulle nostre decisioni. Come se non fossimo in grado di farci carico di scelte difficili (come quella di separarsi) che dovrebbero essere, e comunque sono, scelte del tutto personali. Un intero popolo di adulti trattati alla stregua di bambini.

Tre anni, un anno o sei mesi, la sostanza cambia poco. È l’arroganza della presunzione a infastidire. Non che io sia contrario a ogni forma di presunzione, ma occorre essere in grado di sostenerla. E né don Mazzi, con il suo invito a “esigere tempi lunghi, riflessioni pacate e prese di coscienza profonde”, né il cardinale Bagnasco, secondo cui “l’accorciamento dei tempi del divorzio potrebbe rendere ancora più fragile la famiglia”, sembrano aver colto nel segno. Che senso ha infatti rianimare un morto? Il dato è incontrovertibile: solo il 2% delle coppie separate torna sui suoi passi. Il resto, ben ottomila negli ultimi cinque anni, è volato all’estero per chiudere definitivamente il proprio matrimonio.

Ecco allora che su temi così importanti quali i diritti civili lo Stato dovrebbe arginare le ingerenze della Chiesa, invitando la religione a spostarsi dall’ambito pubblico alla coscienza personale di ciascuno; un approccio laico che gli consentirebbe non solo di stare al passo con le rinnovate esigenze della società civile, ma anche di scrivere leggi migliori. D’altra parte annullare i tempi tra separazione e divorzio non avrebbe certo significato svilire il matrimonio né scardinare la famiglia, semmai dare a entrambi un’immediata seconda possibilità.