Cosa sarebbe stato l’album “Heroes” senza le foto di Masayoshi Sukita? L’arcano è subito svelato se si passa alla Galleria ONO Arte di Bologna fino al 10 maggio 2015. In mostra ci sono una quarantina di scatti che il fotografo giapponese ha fatto a David Bowie per la copertina dello storico album del 1977, come per molti altri lp del “duca bianco” in oltre quarant’anni di collaborazione ed amicizia.

Sukita e Bowie si conobbero per caso. Il fotografo, classe ’38, originario di Kyushu, si trovava a Londra nella primavera del 1972 per immortalare Marc Bolan e i T-Rex. Si occupava di moda e aveva fatto un po’ di gavetta nella factory di Warhol, anche se il suo inglese è piuttosto scarso. Pecca ancor più grande non sapeva nulla del fenomeno Bowie. A dire il vero non proprio al top tra Space Oddity (1969) e The Man Who Sold the World (1970), perle rare a posteriori, ma che all’epoca in contemporanea all’uscita passarono quasi inosservate. In una grigia mattina londinese Sukita si fermò davanti al cartellone che pubblicizzava il concerto The Man Who Sold the World e decise di andare ad ascoltarlo, venisse giù il mondo: “Guardare David sul palco mi ha aperto gli occhi sulla sua genialità creativa. Lo vidi suonare con Lou Reed ed era potentissimo. Bowie era diverso dagli altri rocker, aveva qualcosa di speciale che capii subito di dover immortalare in fotografia”.

Il giapponese riescì finalmente ad incontrare Bowie di persona grazie all’aiuto dell’amica e stylist Yasuko Takahashi, pioniera della moda in terra nipponica nonché mente dietro le prime sfilate di londinesi di Kansai Yamamoto, lo stilista che disegnò i costumi di scena di Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust (1972). La donna propose un portfolio con i lavori di Sukita all’allora manager di Bowie che gli accordò uno shooting. É così cominciò il sodalizio tra i due durato fino ai giorni nostri, quando per l’album The Next Day (2013), quello del ritorno, Bowie riutilizza la foto di copertina con lo storico robotico ragazzone col ciuffo e giacca di pelle a cui sovrappone un bel quadratone bianco con il titolo del nuovo lavoro.

L’alchemico mistero del rapporto sbocciato tra i due nessuno l’ha mai saputo, nemmeno i biografi ufficiali del cantante. Le foto però parlano chiaro. Perché Sukita tra una copertina dei Devo e una di Screamin Jay Hawkins rimane vicinissimo a Bowie e nel 1977 quando il cantautore inglese torna a Tokyo con Iggy Pop, chiede proprio all’amico Masayoshi di ritrarlo in una lunga sessione fotografica che il maestro della fotografia giapponese non sapeva sarebbe divenuta la celebre copertina di Heroes, una delle più iconiche mai realizzate nella sua carriera.

Così negli spazi della Galleria ONO si potrà recuperare quel celebre scatto e anche parecchi outtakes della sessione, come Bowie immortalato con i vestiti di Kansai Yamamoto, o perfino in mutandine adamitiche sul palco di un live giapponese. La collezione, in vendita a circa 2000 euro al pezzo (c’è anche la gigantografia Bowie 2 metri per 3 ad oltre 3mila), è di quelle che saziano la curiosità storica e il voyeurismo del fan. Oltre ad un recente scatto del 2002 intitolato Heather, al piano inferiore dello spazio espositivo bolognese si possono ammirare una quindicina di scatti fine anni settanta più “intimi”, quelli di Bowie a Kyoto ospite di Sukita: lui dentro una cabina telefonica gialla con cornetta in mano, sciarpa tweed e impermeabile tipicamente english; un’altra sulla metropolitana tra una folla che nemmeno sa chi è; ma soprattutto una foto inedita in cui l’allora cantante appena trentenne viene ritratto con una faccia da fanciulletto tra oggetti antichi di una cartoleria giapponese.

La mostra si arricchisce anche di un paio di succulenti extra: 2000 t-shirt numerate preparate dagli stilisti di GAS con le foto di Sukita stampate su cotone e la presenza a Bologna del maestro Sukita reduce, assieme a Bowie, da altre due mostre che riguardano il loro prolifico rapporto: “David Bowie is” al Victoria e Albert Museum di Londra nel 2013 e in questi giorni al Philharmonie di Parigi fino a metà maggio 2015. “Nessun tweet, nemmeno un rigo o una parola. Bowie non ha commentato nessuna di queste iniziative – ha spiegato Vittoria Mainoldi della ONO – del resto anche di ventilati concerti a breve si è già finito di parlare. Bowie se ne sta tranquillo nascosto nella sua abitazione newyorchese”.