La Coop Costruzioni è l’emblema della crisi, non solo di un’azienda significativa ma anche del modello di governo e di sviluppo di un territorio, in questo caso Bologna, ma che si può estendere a tutta le Regione Emilia Romagna a al Nord Italia.

Il settore edilizio ha subito più di ogni altro le conseguenze del ciclo economico negativo ma è quello cresciuto di più nel periodo precedente, addirittura in misura ipertrofica. Infatti, se si osservano i dati Istat della produzione nelle costruzioni, si nota come fino al 2009 il comparto è lievitato in misura rilevante (+ 35%), per poi precipitare molto al di sotto dell’inizio del rilevamento (-50%).

Cosa indicano questi dati? Quel che è avvenuto nel nostro paese ed anche in Emilia Romagna: si è dato libero sviluppo ad un’espansione edilizia senza limiti, consentendo di modificare in senso espansivo i piani regolatori esistenti, passando ad un’urbanistica contrattata liberamente tra Enti locali ed imprese di costruzioni, in una logica di puro mercato che, in cambio di pochi spiccioli di opere pubbliche, ha concesso deroghe a tutti gli indici di fabbricazione.

Si sono edificati milioni di appartamenti che sono andati a costituire le principali garanzie fideiussorie per i prestiti delle banche per continuare a costruire ma che oggi sono svalutati a causa della loro invendibilità. Si calcola infatti che siano non meno di 600 mila gli invenduti, riferiti a quelli provvisti di licenza edilizia che non sono certo la totalità (fonte Sole 24 ore)

Un mare di cemento che ha distrutto migliaia di ettari di suolo agricolo senza produrre alcun beneficio all’economia complessiva e alle comunità, se non ai possessori delle aree che si sono arricchiti con l’artificiale aumento di valore delle loro proprietà.

Siamo il Paese che insieme alla Spagna ha avuto il più alto tasso di crescita delle costruzioni prima della crisi e che sta subendo, anche a causa di queste scelte scellerate, le conseguenze peggiori in termini di recessione e perdita di posti di lavoro. Paradossalmente, poi, con centinaia di migliaia di immobili invenduti e/o vuoti, abbiamo contemporaneamente uno dei più gravi fenomeni di crisi degli alloggi: sfratti esecutivi, crescita dei senza tetto, occupazioni, coabitazioni; la Caritas ha censito oltre 50 mila senza tetto.

Gli sfratti esecutivi sono 220 mila, di cui 70 mila convalidati, il 95% di questi ultimi a causa di morosità incolpevole (fonte Vita).

In questi pochi ma significativi numeri è descritta con semplice efficacia anche la profonda ingiustizia sociale frutto delle scelte dei governi, quello di Renzi in perfetta continuità con i precedenti.

Non a caso Lupi, il ministro delle infrastrutture – rectius: dell’asfalto – è la “punta di diamante” delle scelte renziane in materia di politiche infrastrutturali e abitative.

Infatti, se nell’edilizia abitativa si sono prodotte queste distorsioni, nelle opere pubbliche si raggiunge l’apice: costruire strade e superstrade, bretelle, passanti, cementificare qualsiasi area aggredibile, è la principale delle attività, concentrata su progetti che non hanno una sensata necessità, mentre il flusso di traffico su gomma (in particolare per le merci), è in costante diminuzione, da dieci anni almeno, e richiederebbe di concepire in modo del tutto diverso e, una buona volta!, serio il sistema della mobilità, utilizzando le ferrovie, da noi invece in dismissione, e le vie del mare.

Naturalmente sono argomenti che a Lupi e ai tecnocrati del capitalismo nostrano appaiono inaccettabili.

Nel frattempo, tutto il nostro territorio frana, dall’Appennino alla Sicilia, i torrenti ed i fiumi esondano: si dovrebbero progettare interventi radicali, questi sì, di manutenzione e trasformazione dell’assetto idrogeologico, ripopolare campagne e colline disabitate, per intensificare le coltivazioni e l’alberazione, utilizzare le risorse energetiche non fossili per produrre energia pulita, ristrutturare il patrimonio edilizio per renderlo sostenibile sul piano energetico ed ambientale. La mentalità miope e rapace della classe dirigente è orientata invece solo a come “far girare soldi” con le modalità più disinvolte e senza badare alle conseguenze a lungo termine delle proprie scelte

In questo contesto, la crisi della Coop Costruzioni è, allo stesso tempo, concausa e vittima delle scelte del sistema politico istituzionale, in cui si affidano montagne di lavori pubblici ad un’azienda, senza guardare attentamente al suo reale equilibrio patrimoniale e finanziario e alla sua struttura produttiva. Tutto il settore delle costruzioni è in crisi ma è un caso che i più eclatanti fallimenti hanno riguardato il mondo cooperativo?

Ovviamente, ci sono anche i condizionamenti determinati dal mantenimento di un sistema di rapporti di lavoro contrattualizzati che pesano sui bilanci ma non sono certo questi la causa principale del tracollo.

Penso che all’origine di questa situazione ci sia la crisi di un modello di crescita puramente quantitativa che nel tempo ha ingrossato i portafogli ordini, senza far corrispondere a questa crescita un’adeguata qualificazione della struttura patrimoniale, finanziaria e manageriale.

Quando si fa cenno, come timidamente e tardivamente ammette Bersani, alla “crisi del modello emiliano”, si dovrebbe fare un bell’esame di coscienza e guardare con molta attenzione ai gravi errori commessi, che possono riassumersi nell’avere introiettato le peggiori caratteristiche della mentalità di governo contro cui, in anni precedenti, si era al contrario orgogliosamente lottato.

P.s: l’arresto di Ettore Incalza superburocrate, da sempre al vertice del sistema dei grandi appalti, è l’ennesima dimostrazione, se mai ve ne fosse bisogno, del carattere del potere nel nostro Paese, quello che Matteo Renzi si guarda bene dal rottamare.