Avete presente Allevi? Ecco, dimenticatevelo. Finalmente arriva sul mercato una proposta che sconfina coraggiosamente dalla “via italiana” al modern-classical e porta la firma di Dardust, moniker dietro cui si cela il compositore Dario Faini. L’incipit della sua avventura solista è “7” (INRI/Universal), album rilasciato il 3 marzo, che si configura come il primo capitolo di una trilogia. Il disco contiene sette tracce strumentali, scritte in sette giorni e prodotte in sette mesi. Il pianista e paroliere ascolano, noto ai più per aver collaborato – tra gli altri – con Annalisa, Francesco Renga e Cristiano De Andrè, dal 2014 lavora a questo progetto che gli permette di coltivare le sue passioni più profonde: un pianismo di formazione tradizionale immerso nelle raffinate temperie elettroniche del Nord Europa. Attenti però a non chiamarlo “neo-classico”, perché – come ha raccontato Faini a FQ Magazine – “quando sento la parola ‘classica’ faccio sempre un po’ di fatica, perché per prima cosa, anche con tutta l’umiltà del mondo, non oserei mai accedere a quel tipo di Olimpo lì. Sicuramente un’attinenza classica minimalista contemporanea c’è, però mi piacerebbe definirlo più pop strumentale”.

E se questo fosse pop, è senz’altro dei più nobili. “7” nasconde trame preziose, che hanno metabolizzato le lezioni di Vivaldi, Debussy e Terry Riley. Ma questa è solo metà della storia, perché – come confessa l’artista stesso – nel disco “c’è da Yann Tiersen a Einaudi, passando per Ólafur Arnalds. Ci sono le parti elettroniche alla Jon Hopkins, ci sono gli M83, ci sono i Sigur Rós. C’è anche un po’ di Bowie nell’uso dei synth. Per me ci sono tutte le mie passioni”. Ma l’elettronica non è certo un’infatuazione passeggera per Faini, come testimonia sia una scorribanda electropop di gioventù con gli Elettrodust (2001), sia la scelta di Berlino come città di partenza della sua trilogia.

Insieme al trio d’archi composto da Carmelo Emanuele Patti, Simone Sitta e Simone Giorgini, con il contributo elettronico del producer Vanni Casagrande, Faini ha scritto e registrato i suoi pezzi nella capitale tedesca “principalmente per la parte del lavoro fatto a Berlino da Eno, e poi anche per David Bowie, per gli U2 di Achtung Baby. In generale, la Germania è un po’ un simbolo, dai Kraftwerk in poi (anche se sono di Düsseldorf e non di Berlino) della scena elettronica”. Le altre due città in cui si registreranno i capitoli successivi sono Londra e Reykjavík. Anche qui, la scelta è motivata dai milieux artistici a cui si richiama Dardust.

Per un compositore attivo a tempo pieno nell’easy listening, un progetto strumentale è un ottimo laboratorio per sperimentare: “Dardust è stata sicuramente una boccata d’aria rispetto all’attività creativa come songwriter pop, perché comunque mi ha permesso di spaziare, di fuggire da alcune regole, norme standard del pop. Quindi, al di là che sia un lavoro ipercreativo e bellissimo, è comunque condizionato. In Dardust non penso a nulla, faccio come mi pare, e allo stesso tempo la cosa bella è che, per entrare in un certo contesto come quello elettronico, devi essere iper-aggiornato, devi entrare in alcuni ambienti, devi assorbire delle atmosfere e devi essere anche bravo nell’uso dei suoni e dell’arrangiamento. Quest’attitudine mi ha permesso di essere connesso il triplo a quello che accade in Europa e nel mondo”.

L’architettura del disco, fortemente cinematica, si costruisce su delicate melodie di piano e archi sferzate dai venti freddi dell’elettronica. Ciò che di classico trapela è ripulito tanto dalle pretese elitarie quanto dall’emotività di maniera. “7” è un debutto di rara eleganza, dove si assiste a un riuscito equilibrio tra accordi maestosi e sfumature appena percettibili. Per il futuro ci auguriamo soluzioni ancora più audaci, come una registrazione in presa diretta, così da rendere Dardust ancora più anti-accademico, ma anche più “terrestre”.