La percezione sociale dei vizi capitali sta molto cambiando sull’onda dello sdoganamento di alcuni di essi attuato dai mezzi di comunicazione di massa. Molti ormai si vantano di essere lussuriosi, golosi  o superbi. L’ira viene ampiamente mostrata in diretta nei principali talk show come elemento propositivo. L’accidia viene considerata dai giovani  “fancazzisti” come naturale approdo della loro esistenza dato che la società non offre ciò che avrebbero desiderato. Rimangono connotazione negative sociali per l’avarizia e l’invidia. In particolare quest’ultima è assolutamente inconfessabile e tenuta gelosamente nascosta. Negli ultimi anni è divenuta il vizio più celato di cui vergognarsi.

In realtà tutti siamo invidiosi e proprio perché abbiamo paura ad esprimere questa parte della nostra personalità soffriamo intensamente nell’avvertire in noi questo sentimento. Possiamo facilmente individuare negli altri i segni dell’invidia ma, immancabilmente, negheremo di esserlo noi.

L’invidia viene bollata negativamente perché rappresenta, in una società votata al successo, un’espressione di fragilità interiore, scarsa autostima e paura di non essere all’altezza delle aspettative sociali. L’imperativo categorico della nostra società è essere sicuri di sé tanto che abbondano i corsi volti a conferire , in modo surrettizio, un atteggiamento di sicurezza a chi non lo possiede. Sarebbe opportuno che si provasse a trasmettere ai ragazzi l’idea che il sentimento di invidia è normale, da contrastare dentro di sé per non venirne travolti, ma comprensibile e, in casi specifici, utile per la nostra vita.

Se ad esempio io come blogger e scrittore di libri sono invidioso di qualche autore più bravo e affermato di me  questo sentimento può aiutarmi a capire quali sono i miei desideri, ad esempio affermarmi ed essere tenuto in considerazione, e spingermi ad impegnarmi per scrivere meglio, prendere dei contatti con case editrici importanti, etc. Se invece tengo represso questo sentimento, lo faccio macerare dentro al mio animo perché non lo accetto nel giro di qualche tempo l’invidia si trasformerà in un sentimento disgustoso per il quale desidererò che agli altri, più bravi e famosi, capiti una disgrazia o una distruzione delle loro opportunità.

Insomma l’invidia accettata e espressa, prima di tutto coscientemente a se stessi, può essere costruttiva per cui un ragazzino invidioso del suo compagno più bravo nel calcio si impegnerà allenandosi con assiduità per eguagliarlo e, eventualmente, sopravanzarlo. Viceversa un’invidia repressa e misconosciuta porterà il ragazzino a rimanere a bordo campo senza allenarsi sperando che il compagno più bravo si rompa una gamba.

In campo politico l’invidia è spesso malcelata. E’ usata come accusa dispregiativa nel momento in cui si è coniata la famosa categoria dei “rosiconi”. In quasi tutti i partiti stiamo assistendo a dispute che apparentemente vengono ammantate di motivazioni ideali e ideologiche ma che capiamo essere frutto di invidia. Spesso è in atto una diatriba fra un leader riconosciuto e uno o più competitor che affermano di essere tali per motivi nobili e ideali ma che noi riconosciamo essere rosi dall’invidia. A sua volta il leader è invidioso della visibilità che gli altri stanno acquisendo e cerca, per questo di denigrarli e contrastarli.

Tornando all’esempio precedente se questo normale sentimento viene espresso e accettato e porta i vari politici a cercare di essere uno meglio dell’altro è costruttivo. Se invece viene celato e nascosto può portare ad un atteggiamento distruttivo per cui “peggio va l’Italia meglio è” o “meglio distruggere il proprio partito piuttosto che lasciarlo al mio avversario”.