Quando il sole, contro un vetro, si riflette improvviso in un guizzo di luce. In casa, per strada: mi getto a terra, di istinto – quello è il lampo prima dell’esplosione. O un’auto che frena, strana, che sgomma: è l’Isis: ora ci scoppia addosso. Il 15 marzo 2011, mentre la Tunisia celebrava la caduta di Ben Ali, l’Egitto la caduta di Mubarak, migliaia di siriani si riversarono in piazza armati di megafono. Dei ragazzini, a Daraa, erano stati arrestati per avere scritto su un muro frasi contro il regime. Arrestati, torturati e mutilati.

Quattro anni dopo, se piove un mortaio in fondo all’isolato neppure mi giro. E so valutare dal rumore di che calibro è l’artiglieria, a quanti metri sta, e puntata verso dove. Se un aereo è in ricognizione o viene a bombardare. So fermare l’emorragia di un arto tranciato. So com’è un cervello, un fegato, un osso di femore. So che consistenza ha un polmone. E che un cranio è troppo duro per i randagi. So dormire accanto a un cadavere. Quattro anni dopo, non cammino mai fuori dalla strada battuta: ai margini possono esserci mine. Anche se è una strada di Parigi. E posso bere acqua piovana senza sentirmi male. Posso cenare con erbe e radici. E stare tutto il pomeriggio spalla a spalla con un cecchino ad aspettare che centri qualcuno, e guardare il corpo, lì che rantola, e continuare a parlare con il cecchino, che continua a guardare nel mirino: e parlando, ad abbattere quelli che provano a recuperare il corpo, uno a uno – so vivere in mezzo a degli assassini. E non do più un ordine alle mie parole. Quattro anni dopo. Non cerco più un ordine a niente. Vivo tutto, subito. E non mi sembra mai abbastanza. Detesto quelli che rinviano. Detesto quelli che non hanno coraggio. Quelli che hanno sempre mille pretesti per non agire. Per rimanere al sicuro. Detesto quelli che pensano solo a se stessi. Gli indifferenti. E quelli che dicono di essere neutrali, perché in realtà parteggiano per i più forti. Detesto quelli che non si fermano davanti a un mendicante.

Borri Siria
[foto Hosam Katan]

Ci sono giorni in cui so solo odiare tutti. Quattro anni dopo, non prendo più appunti quando mi dicono: “Questa è l’offensiva definitiva. La battaglia risolutiva”. Quando mi dicono: “Combatto solo per autodifesa. Sto proteggendo il mio Paese. La mia famiglia, la mia religione. Il mio gatto”. Quattro anni dopo, non scrivo più. Cioè, scrivo solo per i giornali. Non scrivo altro. Non credo più nelle parole. Quattro anni dopo, ho scritto un libro sulla Siria su cui nessuno di quelli con cui ho condiviso la Siria mi ha scritto un rigo. Nessuno. Nessuno mi ha mai neppure chiesto: “come stai?”. Non ascolto più quando mi dicono: “A noi non succederebbe”, quando mi domandano: “Ma come è possibile essere così feroci? Quando mi dicono: sono disumani. Non ascolto più. E detesto quei giornalisti che in mezzo a 200mila morti stanno lì a sgomitare per un premio. A parlare male di tutto e tutti. Detesto quei giornalisti che hanno scoperto questa guerra solo quando questa guerra ha scoperto l’Europa”. Quelli che spiegano il Medio Oriente dalla loro scrivania di Londra. Da skype e youtube. Quelli che parlano tra di loro invece che parlare con i siriani. Quelli che non sono mai stati sotto i barili esplosivi, quelli che non hanno mai sentito le urla dei loro figli, da sotto le macerie, che non hanno mai scavato a mani nude, tagliandosi fino alle ossa, disperati, alla luce di un accendino, con un altro elicottero già in testa, un altro barile già in arrivo: quelli che non hanno mai scelto tra salvarti tu o salvare chi ami, e però ora dicono: Assad è il male minore.

E non mi fido più di nessuno. Quattro anni dopo, penso solo che possono bombardare tutto, qui, ma nessuno mai ti chiederà: “come stai?” Neppure quelli con cui hai condiviso la guerra. E passo giorni interi senza parlare. Perché al fondo, penso solo che oggi sei qui davanti a me, domani sparirai. O mi domanderai: “Ma come è possibile essere così feroci?” E non mi fido più di nessuno.

Non aggiorno più il conto dei morti, sono ferma a 140mila. Sono ferma a un anno fa. Né aggiorno più il conto dei rifugiati e degli sfollati. Siamo intorno ai 10 milioni, credo. E non aggiorno più l’elenco dei presidenti della Coalizione Nazionale, dell’opposizione a Assad. L’elenco dei comandanti generali dell’Esercito Libero, e delle alleanze tra i ribelli. Non aggiorno più l’elenco degli attacchi chimici. Non aggiorno più l’elenco delle risoluzioni dell’Onu, degli inviati dell’Onu, dei piani di pace dell’Onu, degli appelli dell’Onu ai donatori. Quattro anni dopo, non rispondo più a chi mi chiede: “Ma che senso ha stare ancora in Siria?”

Quattro anni dopo, incontro siriani in ogni città. In Turchia, in Libano, in Giordania, in Europa. A ogni semaforo. Sono tutti mendicanti. In Siria siamo tutti stranieri. E non copro più solo la Siria, quattro anni dopo. Adesso copro sia la Siria sia l’Iraq.

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