Per chi crede che solo l’Italia sia il regno del trasformismo politico, da Londra arrivano segnali di una nuova tendenza che pare ispirarsi apertamente alle vicende parlamentari del Belpaese. Il Regno Unito si prepara a votare, il prossimo 7 maggio, alle elezioni politiche “dal risultato più incerto di sempre”, come anche la Bbc si sta premurando di ripetere già da diverso tempo. E, in vista di una campagna elettorale in cui tutti, alla fin fine, sembrano già da ora virare più a destra, la chiave di volta del sistema politico britannico potrebbe essere ancora una volta quel “terzo partito” di un sistema tendenzialmente bipartitico, la formazione dei liberaldemocratici guidata dall’attuale vice premier, Nick Clegg. I lib-dem, ormai è chiaro, vogliono restare attaccati alle poltrone. Ecco così che anche gli analisti di Bloomberg, agenzia di notizie finanziaria ed economica ma assai attenta alle vicende di Westminster, ormai lo sostengono apertamente: il partito liberaldemocratico vorrà restare saldamente al governo (ora è in coalizione con il partito dei Tory) dopo le elezioni del 7 maggio. Chiunque vinca.

Proprio negli scorsi giorni il partito è salito agli onori delle cronache per un piccolo scandalo legato ai finanziamenti illeciti alla politica. Il Daily Telegraph, quotidiano molto conservatore, ha pubblicato un’inchiesta sui lib-dem, appunto alleati di David Cameron nell’attuale esecutivo, il cui ex tesoriere Ibrahim Taguri è stato accusato di aver messo in piedi un sistema per aggirare il controllo sulle donazioni. Secondo la legge britannica, infatti, per tutti quei finanziamenti sotto le 7.500 sterline (circa 10mila euro) non è necessaria la registrazione, mentre al di sopra di questa somma scatta l’obbligo. Ma, questa l’accusa, uomini dei lib-dem avevano trovato un modo per accettare donazioni ben superiori senza dichiararle agli organi di controllo. Il partito ha preso le distanze da Taguri, il quale ha negato il malaffare ma ha poi rassegnato le dimissioni, ma rimangono quelle inchieste e rimangono quelle fotografie di assegni, immagini assai compromettenti.

Intanto, comunque, fra un David Cameron che fa sapere tramite sua moglie di voler servire altri cinque anni di missione a Downing Street e un partito laburista al momento indebolito nei sondaggi e che pensa anche a un’alleanza con lo Scottish National Party, il partito del fallito referendum per l’indipendenza scozzese dello scorso 18 settembre, una cosa è certa: il trasformismo dei lib-dem, terza forza del Paese attualmente data attorno al 10%, sarà un elemento determinante per la formazione di un nuovo governo. L’Ukip di Nigel Farage, che potrebbe portare una decina di parlamentari a Westminster, alla fin fine non sembra spaventare più di tanto al momento, complice un calo di popolarità del leader euroscettico – che all’europarlamento è alleato del Movimento Cinque Stelle italiano – legato a diverse inchieste giornalistiche e a diverse dichiarazioni di Farage giudicate nel Regno Unito abbastanza imbarazzanti. Ultima in ordine di tempo, quella relativa alle leggi contro la discriminazione razziale in ufficio o in fabbrica. Norme “obsolete e da superare” per Farage, che non vede perché un cittadino britannico non possa essere apertamente preferito rispetto a uno straniero in sede di colloquio di lavoro.

In un panorama politico che comunque, complice anche Farage, sembra virare un po’ più a destra, negli ultimi tempi sono arrivate tante accuse al partito conservatore di voler scavalcare proprio su molti temi caldi lo United Kingdom Independence Party. Dall’immigrazione all’Unione europea e ai suoi vincoli, dalla difesa dei prodotti “Made in Britain” alle privatizzazioni del servizio sanitario nazionale e di altri asset ancora pubblici nonostante la “cura” di Margaret Thatcher fra gli anni Ottanta e Novanta, il partito dei Tory negli ultimi mesi ha fatto proprie molte richieste di Farage. Ma rimane comunque la paura di non avere quei numeri necessari a un governo forte e a un parlamento ancora più forte. L’ultimo sondaggio della società demoscopica YouGov, è vero, ha dato conservatori al 35% e laburisti al 31%. Permane tuttavia la quasi certa necessità di un’alleanza. Ed ecco così quella volontà del partito liberaldemocratico di formare un nuovo patto e una nuova coalizione con chiunque vinca, una volontà descritta ampiamente dalla stampa e mai smentita dal partito di Nick Clegg. Al momento pare che, per la vittoria, il favorito sia il partito conservatore. Ma in queste elezioni dall’esito molto incerto il risultato delle urne potrà riservare molte sorprese. E il trasformismo “all’italiana” è sempre dietro l’angolo.