Ancora una volta il presidente dell’Anm è stato costretto ad intervenire per “mettere un punto fermo” sull’ondata di stupidaggini e di abnormità che si sono scatenate sul fronte politico-mediatico all’indomani della sentenza della Cassazione che ha confermato l’assoluzione di secondo grado nel processo Ruby per B.

Come era fin troppo facile prevedere abbiamo avuto a caldo, ma forse è meglio così, una riprova della malafede e/o della baratrale ignoranza e leggerezza con cui la maggioranza del Nazareno ha approvato con ostentata esultanza la riforma della responsabilità civile dei magistrati, trincerandosi dietro il diktat dell’Europa che non è mai esistito.

Il solo fatto che per il processo Ruby ed il suo esito finale, determinato riguardo l’assoluzione dal reato maggiore unicamente dallo spacchettamento della concussione operato dalla Severino, venga invocata la responsabilità civile per i Pm e per il collegio di primo grado che aveva condannato B. dovrebbe essere motivo di sconcerto e riflessione per quanti negano alla legge qualsiasi intento intimidatorio.

Se il presidente dell’Anm Sabelli si è limitato ad osservare banalmente che chi evoca la responsabilità civile “è veramente fuori strada” e ha aggiunto “non vorrei che questa assoluzione fosse usata in chiave di attacco alla magistratura”, l’avvocato Franco Coppi in un’ intervista su La Stampa si è spinto ben oltre.

Il difensore “vincitore” grazie alla modifica del reato più grave a carico del suo cliente, quello di concussione per il quale in primo grado B. era stato condannato a 6 anni, a chi agita la clava della responsabilità ha risposto testualmente: “Il problema della responsabilità civile dei magistrati è una cosa ben diversa e io spero che venga mantenuto e contenuto solo ai casi di comportamenti dolosi e gravemente colposi. Non possiamo chiamare in causa un magistrato solo perché ha valutato un fatto in maniera diversa da come è stato valutato da un giudice di appello. Il discorso è molto serio e non può essere portato avanti con superficialità. Invito tutti a darsi una calmata.”

Difficile che il messaggio possa essere recepito da Salvini e Brunetta o dalle testate che hanno messo all’indice Ilda Boccassini indicata a caratteri cubitali come nemico pubblico, come “la donna che ha distrutto il paese ma resta impunita” (il Giornale) e stigmatizzato i giornalisti che hanno dato conto dei fatti all’origine dell’inchiesta come “codazzo cieco e manettaro” (il Foglio).

Ma una riflessione sul testo della legge che ha trionfalmente introdotto la responsabilità civile senza un filtro per sventare ricorsi temerari ed intimidatori ed ha ipocritamente introdotto l’ipotesi generica del “travisamento dei fatti” in palese conflitto con il principio del “libero convincimento del giudice” si impone immediatamente per tutti.

Ai cosiddetti garantisti del Pd, e al vice-presidente della Camera Giachetti che si è vantato di aver votato il famigerato emendamento Pini ,che lasciava il magistrato direttamente in balìa dell’imputato eccellente,  semplicemente “per smuovere le acque” bisognerebbe che gli elettori chiedessero conto della loro competenza al di là degli slogan propagandistici e bassamente populisti.

D’altronde di quanto il problema degli effetti di una simile legge sia reale, prima della cagnara sollevata con la sentenza definitiva del processo Ruby, l’aveva evidenziato con senso di responsabilità  davanti alla platea dei giovani magistrati il capo dello Stato che è anche presidente del Csm.

Mattarella, al di là delle interpretazioni interessate dei “corazzieri” in servizio permanente effettivo orfani inconsolabili di Napolitano, aveva detto senza giri di parole “non lasciatevi condizionare dal timore di subire le conseguenze di eventuali azioni di responsabilità” e aveva aggiunto che l’impatto concreto della legge dovrà essere valutato e che il presidente vigilerà sull‘indipendenza della magistratura.

In attesa di valutare i paventati e prevedibili effetti concreti della responsabilità di cui la maggioranza va orgogliosa, abbiamo avuto un’anticipazione dell’uso intimidatorio e ritorsivo della nuova legge a livello politico e mediatico: un messaggio preventivo ai magistrati.

E questo scatenamento di minacce e di anatemi  solo perché nella fisiologia dei tre gradi di giudizio e soprattutto grazie al provvidenziale intervento in itinere della riforma Severino la Cassazione ha confermato un’assoluzione dopo una condanna in primo grado.