Ora è ufficiale: l‘Islanda non entrerà nell’Ue. Con una nota inviata alla Commissione europea e alla Lettonia, il paese con la presidenza di turno del Consiglio europeo, il ministro degli Esteri Gunnar Bragi Sveinsson ha reso noto che l’Islanda ha deciso di ritirare la sua candidatura per l’adesione all’Ue. “Gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio fuori dall’Unione europea”: per questo l’esecutivo ha deciso di non far ripartire i negoziati. Fra le ragioni che hanno spinto il governo ad abbandonare il progetto ci sono le quote sulla pesca, uno dei pilastri dell’economia islandese. L’Islanda aveva chiesto di entrare a far parte dell’Ue nel 2010, sotto il governo socialdemocratico, ma ha cambiato rotta nel 2013 con l’arrivo al potere dei due partiti euroscettici.

L’intenzione era già stata annunciata, a gennaio, alla stazione radio Byl­g­jan, con l’intervista del Primo Ministro, Sigmundur Gunnlaugsson, che prometteva il ritiro formale della domanda di membership all’Unione Europea all’inizio di quest’anno, avendo già bloccato i negoziati di adesione subito dopo la sua elezione.

Il processo di adesione era stato avviato nel 2009, quando all’Islanda era stata concessa una corsia preferenziale dall’Unione Europea poichè, in quanto membro dell’Area Economia Europea, aveva già adeguato la propria legislazione a quella comunitaria. Ma le elezioni del 27 aprile del 2013 hanno portato alla sconfitta del partito pro-europeista del Socialdemocratici ed alla vittoria degli euroscettici del Partito Progressista, sostenuto da pescatori e agricoltori, in coalizione con il Partito Indipendentista. Il problema principale tra Unione Europea e Islanda è la questione della pesca, principale attività dell’isola di 320 mila abitanti: nonostante Bruxelles fosse pronta a concedere large deroghe sulle quote pesca, l’Islanda, per la legislazione comunitaria, continua a praticare la “sovrapesca”, che andrebbe quindi limitata.

Un altro duro colpo agli animi degli euroentusiasti, già turbati dai sentimenti euroscettici sempre più radicati nel Regno Unito, dove  il referendum per l’uscita dall’Unione è stato definito dal primo ministro britannico David Cameron “inevitabile”  e da effettuare entro il 2017, e dalle spinte indipendentiste della Scozia (con il referendum andato a vuoto) e della Catalogna dello scorso anno.