FOXCATCHER di Bennett Miller – Usa 2014 dur. 134 – Con Steve Carell, Mark Ruffalo

Scegliete una poltrona comoda di una buona sala cinematografica. Fate centotrentaquattro minuti di silenzio ed estrema attenzione. Davanti agli occhi c’è il film più bello dell’anno. Una tragedia americana. Fosca, arcaica, implacabile. La storia vera degli anni ottanta/novanta è nei dettagli di cronaca. La ricostruzione finzionale e freddamente spettacolare serve invece per entrare universalmente in anime e menti dei protagonisti del dramma: un miliardario reazionario e paranoico, mai elogiato dalla madre nei suoi sforzi di affermazione oltre l’eredità familiare, che decide di costruire una palestra personale con un team vincente per il bene degli Stati Uniti; due affiatati fratelli campioni olimpici di lotta libera – uno più grosso e bisognoso di una guida, l’altro più metodico e paterno – a cui qualche migliaio di dollari per comprarli e farli risiedere nella tenuta vittoriana del pazzo rampollo dell’acciaio cambia la vita. Foxcatcher è tutto, magnificamente, già qui: il successo materiale del singolo è falsamente ricondotto ad una pubblica rettitudine morale; la mancanza di una figura paterna non si può improvvisare e tantomeno imporre posticcia con il potere dovuto al denaro. Tre mostruosi interpreti per tre ruoli che si equivalgono in compostezza e sensibilità appena accennata, plumbea ambientazione nella vetusta villa tra beagle e cavalli, montaggio che tesse il tempo del racconto dilatandolo e sospendendolo, implacabile verticalità rosselliniana della morte a chiudere. Si esce dal cinema con quest’aura di gelido inverno da tragedia classica che ti soffia ancora sul collo. 5/5

 SUITE FRANCESE di Saul Dibb – Francia/Belgio/Inghilterra 2015 dur. 107 – Con Michelle Williams, Lambert Wilson

Ci si può innamorare follemente del tenente nazista Von Falck, mascella quadrata e sguardo ariano, mentre tutt’attorno la Wermacht mette a ferro e fuoco il grazioso borgo francese alle porte di Parigi in cui si abita? Per la protagonista di Suite Francese, una turgida e altolocata Michelle Williams, nulla può fermare il lento e angoscioso abbandonarsi ai propri sentimenti. Solo che tra aristocratici collaborazionisti, criptopartigiani, furia cieca nazi ed esecuzioni sulla pubblica piazza, al cuore si sovrappone l’etica e il garbuglio dell’anima si fa fitto. L’inglese Saul Dibb torna alla regia dopo sette anni e riduce per il cinema un celebre romanzo di Irene Nemirovsky (morta ad Auschwitz nel 1942) trasformando l’affascinante parola scritta in una sfumatura mai banale di luce soffusa e magmatica, di taglio dell’inquadratura che sa di raffinato e sfuggente impegno. Lavoro formale di altissima fattura, con un’eccezionale capacità di trasmettere le angustie sincopate del pathos da melò. Accettato l’intreccio tra i due protagonisti, che fanno a gara a chi ama più l’altro mettendo a rischio il proprio futuro (il vincitore c’è ed è inatteso), ci si aggrappa allo schermo e lo si lascia con il groppo in gola. Il belga Matthias Schoenaerts/Von Falk è il protagonista di un capolavoro misconosciuto come Bullhead (2011). Unico neo paratestuale: non fatevi fuorviare visivamente dalla locandina del film che trasforma la tonalità piena del tragico in un mezzo tono da film sentimentale. 4/5

BLACKHAT di Michael Mann – Usa 2014 dur.133  – Con Chris Hemsworth e Tang Wei

E poi dicono che non esiste più la politica degli autori. Basta un’inquadratura di Blackheat, un esterno notte, con un paio di contendenti a spararsi, quel cielo nero come fosse illuminato da una qualche livida stella e alti lampioni, ed ecco risplendere il marchio Michael Mann. Affascinante l’ambientazione esotica dove i buoni “americani” incontrano un oriente ipertecnologico poco cartolinesco, convenzionale e un po’ sciatto il ritratto dei cattivi  pirati informatici con mitraglietta e bombe, per un film che ripete all’ennesima potenza l’assunto “manniano”: ci può essere qualsiasi snodo narrativo (qui l’hackeraggio con pc Acer e Toshiba e nessun Mac), scontro a fuoco, querelle politica, nazione in pericolo, da raccontare, ma ciò che importa sono il glamour sprigionato da caratteri, sguardi e fisicità dei  protagonisti, e la patina luccicante dell’immagine sulla quale pattinare come un’esteta anni ottanta. Il divetto Chris Hemsworth, il Thor di Kenneth Branagh, gigioneggia come può tra effetti mostruosi degli anabolizzanti sui suoi trapezi e camicie di marca macchiate di sangue. Tang Wei, che fu star del contestato Leone d’Oro Lussuria di Ang Lee, mostra invece tutto il suo potenziale sexy. E Michael Mann può starsene tranquillo inserendo il pilota automatico. 3/5