Il progetto architettonico è moderno, le rifiniture sono di pregio. Al piano terra c’è pure una palestra per i condomini. Dal Duomo non saranno i “soli 500 metri” di cui parla il sito che mette in vendita gli alloggi della Residenza degli orti di via Borgazzi 1, ma sempre nel centro di Milano siamo. Zona signorile, lungo corso Italia. Fa niente se la distanza dal Duomo, a dire il vero, è di un chilometro e mezzo. Per una casa così un piccolo difetto di comunicazione si può anche perdonare. Come si può mettere mano al portafoglio senza farsi troppe domande, per tirare fuori i quasi 9mila euro chiesti al metro quadro. Solo che qualche domanda sarebbe meglio farsela, perché l’edificio è a rischio demolizione: una sentenza del Consiglio di Stato lo scorso giugno ha annullato il permesso di costruire che il comune di Milano ha concesso nel 2010. Un palazzo di sette piani abusivo, insomma. Solo che questo nessuno lo dice, né sul sito, né se si prende appuntamento per una visita. Altro difetto di comunicazione. E pensare che dietro l’operazione immobiliare c’è una società legata al gruppo Class Editori, che proprio della comunicazione ha fatto il suo core business, non solo per l’omonima tv le cui frequenze sono state da poco cedute a Sky, ma anche per giornali come Milano Finanza e Italia Oggi.

Da un parcheggio sotterraneo a un palazzo di sette piani – Per l’inizio della storia bisogna andare a più di trent’anni fa, quando nell’area tra corso Italia, via Burigozzo e via Borgazzi c’è un boschetto, due palazzine di un asilo e una palestra. Alla fine degli anni Ottanta il tutto finisce all’asta, ma lo scoppio di Tangentopoli placa ogni appetito immobiliare. Fino al periodo della giunta Moratti. A questo punto della vicenda l’area è stata acquisita dalla Diana Bis srl, controllata al 100% dalla Compagnia Immobiliare Azionaria, una società quotata in Borsa che nel cda ha nomi come Diego della Valle e tra gli azionisti l’editore Paolo PaneraiCompagnie Fonciere du Vin sa, società lussemburghese nata un anno fa da una costola di Euroclass Multimedia sa, la holding di controllo di Class Editori. Un giorno gli abitanti della zona si trovano una sorpresa: le piante vengono abbattute e viene aperto un cantiere. Si incomincia con la ristrutturazione delle due palazzine, che oggi Class ha preso in affitto per metterci la sua sede distaccata, a pochi passi da quella principale di via Burigozzo 5. Quella che un tempo era una palestra, invece, viene rinchiusa in un involucro di plastica. Un cartello informa che lì nascerà un’autorimessa sotterranea. Peccato che dopo qualche mese venga tirato su in men che non si dica un palazzo di sette piani. Che cosa è successo nel frattempo? Diana Bis nel 2010 ha ottenuto dal comune l’ok per una variante al progetto originario, che prevedeva solo tre piani di parcheggio interrato: grazie alla legge del Piano casa, la cubatura dell’ex palestra è stata recuperata e, con l’aggiunta di un consistente bonus volumetrico, è stata trasformata in quindici appartamenti di lusso.

Gli inquilini di due condomìni di fianco si sentono danneggiati e intraprendono le vie legali. Il Tar respinge il loro ricorso, ma lo scorso giugno il Consiglio di Stato dà loro ragione e annulla il permesso di costruire ottenuto nel 2010, rilevando che il palazzo non rispetta nemmeno le distanze minime con gli edifici vicini, cancellando persino una serie di condoni degli anni Novanta che avevano consentito di conteggiare la metratura della ex palestra il triplo di quella reale. Il nuovo edificio, dunque, è stato costruito in modo illegittimo e i condomìni accanto, seguiti dagli avvocati Camilla Cepelli e Paola Zanotti, ne chiedono la demolizione: la sentenza è chiara – sostengono in un’istanza inviata al comune – la demolizione può essere sostituita da una sanzione pari al valore dell’opera abusiva solo quando non sia possibile eseguirla, ma questo non è il caso. L’assessorato all’Urbanistica, contattato da ilfattoquotidiano.it, ritiene invece che la demolizione non sia un atto automatico, ma che il caso sia da valutare, “tanto più che c’è un’istanza di revocazione della sentenza presentata dalla società. E bisogna anche tenere conto degli interessi dei nuovi proprietari, visto che alcuni appartamenti sono già stati venduti”.

Rischi di demolizione? L’azionista quotato in Borsa non ne parla e minimizza – Diana Bis, infatti, ha messo subito gli alloggi sul mercato e ancora oggi, nonostante la sentenza, è alla ricerca di ignari clienti che vengono accompagnati ad ammirare le rifiniture e i comfort offerti. Nel bilancio 2013, l’ultimo disponibile, si legge che le vendite del complesso residenziale “hanno generato al 31 dicembre 2013 ricavi complessivi pari a 12,69 milioni di euro, di cui 2,25 milioni di euro nell’anno 2013, consentendo un significativo rientro dell’investimento effettuato”. Per la parte rimasta invenduta sono invece contabilizzate rimanenze per 12,4 milioni di euro, circa un terzo dell’attivo totale della società. Gli alloggi da vendere, secondo il sito della Residenza degli orti, oggi sono ancora sei su 15. Il rischio dei mancati incassi, dei risarcimenti danni e delle perdite per un’eventuale demolizione potrebbe ricadere sulla Compagnia Immobiliare Azionaria, che a fine 2013 vantava crediti verso Diana Bis per 10,8 milioni e che, stando alla relazione semestrale 2014, ha prestato garanzie per oltre 30 milioni sui finanziamenti ottenuti dalla controllata, 22 dei quali da Centrobanca, istituto che ha anche in pegno tutte le quote di Diana Bis. Ma ogni rischio, nella relazione finanziaria sul primo semestre del 2014, viene liquidato così: “La sentenza del Consiglio di Stato ha come destinatario il comune di Milano, con il quale sono in corso colloqui per la migliore soluzione dei problemi che la sentenza fa nascere. In primo luogo sarà presentata istanza di revocazione. In ogni caso per la società sono esclusi, in base anche alle garanzie ricevute dal venditore della società proprietaria dell’area in oggetto, qualsiasi penalizzazione economica”. Nella speranza, per gli investitori, che non salti fuori un altro difetto di comunicazione. Originato da quello che nelle relazioni di bilancio viene chiamato con vanto il “primo, ed unico, Progetto Casa approvato dal comune”.

@gigi_gno