Ha un nome che suona strano e che al contempo incuriosisce: FastReset. E come sta scritto nel sottotitolo di questo libro scritto da Maria Grazia Parisi è: “Il metodo rapido per gestire il cervello emotivo e superare ansie, paure e conflitti nelle relazioni, nello studio e nel lavoro”. Insomma, risolverebbe gran parte dei problemi che assillano tantissime persone. Lo scetticismo è d’obbligo.

fastresetDottoressa Parisi come può dissolvere questo dubbio?

Sarei scettica anch’io, mi creda, ma il modo migliore per risolverlo è provare! La tecnica è infatti molto semplice, almeno per quanto concerne l’auto-aiuto. Certo, nella sua velocità e semplicità richiede però, per la massima efficacia, una certa attenzione nel seguire esattamente le poche istruzioni che servono e di completare la sequenza descritta. È risultata assai efficace nell’estinzione di fobie e traumi di ogni genere, oltre che in svariate altre situazioni che ci mettono alla prova nella vita quotidiana, in prima fila l’ansia.

E come funziona praticamente la “soluzione Fastreset”?

Consiste nel mettere a fuoco l’emozione che non va, nell’essere al corrente dell’azione che l’organismo tenderebbe a farci compiere quando è preda di quella particolare emozione (per esempio, ritirarsi nel caso di una paura, contrastare l’altro in presenza della rabbia, arrendersi e non sprecare energie se si tratta di tristezza, eccetera; sul libro ci sono apposite tabelle da consultare e tenere sotto mano), e infine nel «distrarsi» da tutta la questione spostando per alcuni secondi tutta la concentrazione su alcune zone del corpo particolarmente innervate e massimamente evolute nell’essere umano. Per esempio entrambe le mani, o i piedi. Si attiva così una sorta di riflesso nervoso che, insieme ad altri meccanismi più complessi, anche di tipo cognitivo e biochimico, consente un ribaltamento dell’assetto del complessivo del cervello, che passa dalla modalità «pilota automatico» (prevalenza dell’emozione e della sua componente biologica e istintiva) alla modalità “pilota manuale” (prevalenza della corteccia prefrontale, sede della consapevolezza e della capacità di riflessione critica).

Questo consente di ottenere in pochi secondi o minuti di passare dall’intensità massima dell’emozione negativa al suo azzeramento e alla spontanea rivisitazione della situazione che prima aveva generato la reazione emotiva stessa. In pratica, l’emozione negativa scompare e al suo posto si vede la situazione con occhi nuovi, dunque non le si attribuisce più il potere di farci star male. È come dare un’altra etichetta alla situazione prima considerata negativa o minacciosa, e questo senza nemmeno doversi sforzare. Anche il comportamento, infatti, d’ora in avanti sarà coerente con la nuova visione. Perciò, se durante il trattamento sono riuscita, per esempio, a non sentire paura dei cani, è molto probabile che darò un nuovo significato, più neutro, ai cani stessi e d’ora in avanti mi comporterò diversamente in loro presenza.

In base alla sua esperienza può quantificare i risultati positivi?

Ho trattato almeno seicento soggetti diversi personalmente, e ci sono poi quelli trattati dagli allievi; i risultati sono davvero ottimi. È una tecnica che può essere introdotta in varie professioni d’aiuto: medico, psicologo, counselor e via dicendo, perché è piuttosto duttile e consente, per esempio, di mettere a suo agio un paziente prima di un esame invasivo, o di sciogliere l’ansia prima di una prova, e anche di gestire i disturbi alimentari o le dipendenze. Ovviamente, non ci si può trattare da soli su tutto, e apprendere la tecnica in modo professionale richiede uno specifico training.

E ci sono stati casi in cui non ha funzionato? Sia sincera…

Non sono molti, a dire il vero, perché viene utilizzato una sorta di «riflesso» nervoso. Quando non funziona, ci sono quasi sempre dei motivi comprensibili: disidratazione, alcuni tipi di resistenze psicologiche (ma indico ai miei allievi come si possono gestire, nella grande maggioranza dei casi), nessuna vera volontà di togliersi dai guai…

Comunque, per tornare alla domanda: le poche persone su cui finora ho avuto scarso o nullo risultato in fondo non desideravano davvero cambiare. Come dire: meglio stare nella sofferenza conosciuta, piuttosto che affrontare un cambiamento che mi potrebbe togliere una sorta di «potere» o sicurezza data appunto dall’abitudine al malessere. Succede, per la verità, con qualunque approccio terapeutico.

Ho anche trattato, in un paio di occasioni, persone che avevano subìto un’operazione di ablazione di parti di corteccia cerebrale e, con mia sorpresa, hanno avuto lo stesso beneficio degli altri. Non posso escludere, però, che ci siano persone refrattarie al trattamento: non me ne stupirei, anche l’aspirina non funziona sempre! Non ho ancora dei dati strumentali o equivalenti che mi possano far fare specifiche dichiarazioni al riguardo. Per ora, sembra funzionare bene quasi sempre.

Che cosa può aggiungere come conclusione a questa intervista?

Credo che la massima libertà di una persona risieda, come disse lo psichiatra Viktor Frankl, nella capacità di scegliere il proprio atteggiamento in qualunque circostanza. Questa creatività è però possibile solo quando la nostra capacità di riflettere, di scegliere e di trovare nuove soluzioni, cioè il «pilota manuale», non è bloccato dall’intervento inappropriato o esagerato del «pilota automatico», cioè del cervello emotivo, che pensa solo in termini di salvaguardia biologica. Come quando diciamo: «è più forte di me!». Non siamo, purtroppo, educati a riconoscere le nostre emozioni e a capire il loro ruolo nella nostra vita, perciò nel complesso rimaniamo emotivamente piuttosto primitivi, ma se lo fossimo sono certa che molte disfunzioni personali e sociali sarebbero ridimensionate. Io spero di aver dato un piccolo contributo a far sì che ciascuno impari ad apprezzare e amare le proprie emozioni, lasciando loro il giusto spazio, ma riesca anche a governarle saggiamente per, appunto, rispondere in modo personale, creativo e di conseguenza più libero e maturo agli eventi della propria vita.