“Si tratta dell’ennesima sfida all’Occidente, come se i jihadisti dicessero ‘venite ad affrontarci sul nostro territorio e questa è la fine che farete’”. Prima le statue del museo di Mosul, poi i resti della città di Ninive, fino alle rovine di Hatra: lo Stato Islamico, secondo quanto riportato dal governo iracheno, ha preso di mira il patrimonio artistico e culturale dell’Iraq distruggendo quelli che sono i resti di civiltà antiche migliaia di anni. Ma le distruzioni per mano degli jihadisti hanno obiettivi precisi: “Prima c’erano le decapitazioni dei giornalisti, la pulizia etnica e le uccisioni sempre più barbare – spiega a IlFattoQuotidiano.it Francesca Maria Corrao, esperta di cultura araba e docente di Studi Mediterranei all’Università Luiss-Guido Carli di Roma – oggi, oggetto delle violenze dei terroristi sono i siti archeologici e culturali del Paese. Tutto questo ha una doppia finalità: dare un ennesimo segnale di forza ai miliziani di Isis e lanciare l’ultima sfida all’Occidente”.

Il Corano non vieta esplicitamente la raffigurazione di Dio. Questi precetti si trovano, invece, in alcuni hadith riconosciuti (codici di comportamento che fanno parte della Sunna, testo sacro dell’Islam) che non permettono in alcun modo di raffigurare Dio o il suo profeta Maometto. “I testi sacri – spiega Corrao – vanno interpretati. Nessun musulmano ha mai distrutto questi siti nell’arco di millenni, quindi la spiegazione va cercata altrove, non nei testi sacri”. Questa spiegazione, continua Corrao, si trova in quella che è una degenerazione del Wahhabismo, la corrente islamica di origine saudita che predica un ritorno alla “purezza” e al rigore originale riguardo ai testi sacri, in opposizione alla “cultura corrotta” contemporanea. “Questa corrente estremista – spiega la professoressa – ha influenzato spesso il fondamentalismo, degenerando in gesti come quello dei miliziani di Isis o dei Taliban che distrussero le statue dei Buddha di Bamiyan, in Afghanistan. Sono gli stessi che volevano distruggere la tomba del Profeta Maometto, per noi un vero controsenso”.

Corrao puntualizza, però, che certi gesti non possono essere ricondotti alla religione, bensì agli interessi politici del gruppo dirigente che fa capo ad Abu Bakr al-Baghdadi. “Utilizzando questa interpretazione estremista dei testi sacri – dice – i vertici dello Stato Islamico convincono gli uomini che poi compiono materialmente l’atto che, in un momento in cui stanno perdendo la guerra contro la coalizione occidentale, quello è il modo per rendere giustizia a Dio. Così Dio riserverà loro un posto in paradiso e li aiuterà a vincere la loro battaglia. Quindi questi atti hanno l’obiettivo di consolidare il progetto politico ed economico che è all’origine dello Stato Islamico, strumentalizzando precetti religiosi per legittimare le proprie azioni”.

Inoltre, le opere d’arte trafugate e che possono essere trasportate diventano spesso merce da vendere sul mercato nero per finanziare il califfato. Statue e oggetti preziosi seguono gli stessi step del petrolio e della droga, altre importanti fonti di arricchimento per gli uomini di al-Baghdadi, che trovano nelle grandi potenze commerciali acquirenti interessati: “Per sconfiggere lo Stato Islamico e interompere la distruzione del patrimonio artistico iracheno – dice Corrao – c’è bisogno prima di tutto di colpire chi a questi individui dà soldi o armi sul mercato nero”.

C’è, però, anche un secondo scopo dietro alla distruzione del patrimonio artistico e culturale dell’Iraq: lanciare l’ennesimo messaggio di minaccia all’Occidente. “La distruzione delle raffigurazioni di santi o Dei – conclude Corrao – rappresenta una sfida a quello che è una delle caratteristiche tipiche dell’Occidente: la venerazione di simboli e raffigurazioni sacre. In questo modo, i combattenti dello Stato Islamico lanciano un messaggio che rafforzerà l’appoggio di soggetti radicalizzati ed esaltati e, allo stesso tempo, creerà rabbia e terrore tra gli occidentali: ‘Stiamo distruggendo tutto ciò che in qualche modo vi rappresenta. Venite a sfidarci sul nostro territorio e questa è la fine che farete’”.

Twitter: @GianniRosini