Come era scontato alla Camera è stato approvato in seconda lettura il Senato easy e fast, che dovrebbe restituire secondo Renzi funzionalità e celerità all’iter parlamentare, insieme alla riscrittura raffazzonata del titolo V della Costituzione. I due partiti sottoscrittori del Patto del Nazareno, momentaneamente ibernato o archiviato almeno per quanto riguarda i contenuti palesi, sono arrivati alla meta su fronti contrapposti e divisi al loro interno.

Il Pd alla Camera, grazie al premio di maggioranza incostituzionale del Porcellum, non ha avuto problemi numerici ad approvarsi una riforma costituzionale che sopprime il bicameralismo perfetto pur mantenendo in vita un Senato delle autonomie composto da sindaci e consiglieri regionali non eletti che dovrà legiferare con modalità farraginose su categorie di materie eterogenee.

Ancora una volta la minoranza del partito con poche eccezioni, vedi CivatiFassina e altri 6, per “senso di responsabilità” si è adeguata, anche se tutti i dissidenti in pectore hanno ripetuto che “questa è l’ultima volta” e che il regolamento dei conti è solo posticipato all’Italicum e alla madre di tutte le battaglie sui capilista nominati.

Bersani che ha messo in guardia “sull’Italicum pianteremo i chiodi” e si è anche domandato che senso abbia continuare a ad adeguarsi ad un patto del Nazareno che non esiste più, solo che come gli ha obiettato Civati l’ultima volta deve sempre venire. Il giorno dopo Cuperlo ha ripetuto ossessivamente che Renzi deve essere consapevole di spaccare il partito se rimane irremovibile sull’Italicum che la Boschi continua a definire un legge buona così com’è.

Al di là di quanto possa essere incisivo un dissenso ripetutamente manifestato a parole e negato nei fatti, rimane sempre poco comprensibile che senso abbia abbozzare su una riforma costituzionale tutt’ altro che marginale per rifarsi su quella elettorale. Comunque tutte le frizioni, le spaccature annunciate e gli annunci di sfracelli che devono sempre arrivare sembrano segni di “vitalità” rispetto a quello che si è assistito nel partito dell’altro contraente del patto del Nazareno, presumibilmente congelato fino alle Regionali per non irritare Salvini.

Nel partito di B. è naturalmente e prevedibilmente prevalso “l’amore” per il Grande capo che per ora è sempre l’unico e che al rientro a Roma dopo l’assoluzione in Cassazione per Ruby è stato accolto con commossa incredulità come Lazzaro, temporaneamente resuscitato, in attesa del Ruby-ter, del processo per la compravendita dei senatori a Napoli, e degli sviluppi dell’inchiesta di Bari.

Nel giorno più lungo, dell’attesa per il giudizio in Cassazione, tutt’altro che scontato come confermano le ben 10 ore di Camera di consiglio, Berlusconi è comunque riuscito a far fare al suo partito sbridellato una fantastica capriola a cui si è sottratto solo Gianfranco Rotondi: votare no al Senato riformato con l’attivo contributo di FI e che era da sempre la voce del patto del Nazareno di cui a Berlusconi non è mai interessato niente. Naturalmente il voto contrario al Senato-easy di Renzi se ha entusiasmato Fitto e gli allergici al partito di Renzusconi ha acuito il solco con il plenipotenziario Verdini che con i suoi potrebbe anche formare un gruppo autonomo per sostenere il governo.

Il Berlusconi euforico che ha salutato “la bella giornata per politica, giustizia, stato di diritto” per la sua ennesima (temporanea) discesa in campo ha come obiettivo immediato l’affossamento della Severino per quanto riguarda l’incandidabilità e sa bene che su questo fronte trova convergenze ampie e molto bipartisan.

Al voto per le Regionali non manca molto e la faccia dura nei confronti di Renzi al di là delle dichiarazioni potrebbe avere i giorni contati a seconda delle convenienze: in primo luogo sul fronte giudiziario, dove intanto ha incassato la responsabilità civile senza nessun filtro, ma rimane per il momento l’opposizione dichiarata dalla Boschi a fare dietrofront sull’incandidabilità. E poi c’ è “l’attivismo” di Mediaset che con buona pace di tutti i commentatori entusiasti del Berlusconi “finalmente imprenditore e fuori dalla politica”, l’ex-Cavaliere vorrebbe ancora governare nel pieno del suo irresistibile conflitto di interessi.