“Per Totò Riina è notoria la sua fama criminale, la sua ferocia. Per una città come Roma è notorio altro: sia la capacità di esercitare violenza, se necessaria, sia la capacità di chiuderti ogni spazio”. È questo l’elemento “originale” che distingue Mafia Capitale dalle altre mafie secondo il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino: “alleanze, un sistema di collusione con persone importanti e con le istituzioni” che può condizionare la vita degli operatori economici, degli imprenditori. “Più è forte l’organizzazione mafiosa, maggiori radici ha – ha precisato il procuratore in occasione della lezione inaugurale del corso sulla Criminalità organizzata alla terza università di Roma, tenuto dalla dott.ssa Ilaria Merenda e dal Prof. Enzo Ciconte (video) – più può fare a meno del ricorso alla violenza” e “la versione più raffinata, senza ricorrere alla violenza con la corruzione”. “La prima reazione della società civile” di fronte a fenomeni di organizzazione mafiosa, ha aggiunto il procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone, “è dire: ‘Non esiste la mafia, esistono bande di pecorai’. Questo si diceva a Palermo negli anni Settanta – ha ricordato – lo abbiamo risentito dire a Reggio Calabria e si continua a dire in Lombardia e in altre Regioni d’Italia perché non si vuole ammettere l’entità del pericolo, perché se la mafia è un cancro bisogna adottare delle cure spesso dolorose”. Minimizzare, frammentare, sminuire: il riduzionismo è la nuova frontiera del negazionismo, secondo i procuratori, per cui a Roma si dice che “sono tutti cialtroni, banditi, c’è qualche ladrone ma certo di mafia non si può parlare perché la vera mafia è in Sicilia, in Calabria e in Campania”. Ma “le indagini – ha detto Prestipino – ci consegnano un’immagine di una città, di un territorio, per il quale il riduzionismo sarebbe davvero esiziale” di Paola Mentuccia