Qual è il nostro approccio alla conoscenza del mondo arabo-islamico? Possiamo dire tranquillamente che leggiamo questa realtà essenzialmente attraverso la lente della religione. Si crea un gioco di specchi perverso: da una parte noi angosciati e preoccupati dei messaggi che provengono dalle imprese scellerate dell’Isis o di Al Qaeda, dall’altra parte loro che accreditano l’immagine di una religione violenta con una pretesa rigeneratrice, capace di distruggere il passato abbattendo a colpi di martello e ruspe tesori inestimabili dell’umanità. Questo avrà ovviamente una importanza notevole, ma risulta essere uno schema mentale ideologico che ci opprime e non ci lascia vedere nient’altro.

Iniziamo con una constatazione. Quelli che aderiscono al califfato, per esempio, sono una parte infinitesimale del mondo arabo islamico, eppure sono descritti come capaci di invadere il nostro Paese. Possiamo chiederci con ragionevolezza: quanti sono i libici che aderiscono all’Isis? Questione interessante a proposito di una realtà che nell’immaginario collettivo è percepita in maniera sproporzionata. Questo non significa che gli uomini o le donne del Califfo non siano capaci di compiere attentati efferati o atti di sabotaggio, soprattutto nelle nostre società così complesse e così vulnerabili. Basta una telefonata da un telefono pubblico e parlare di una fantomatica bomba in aeroporto per bloccare tutto.

A mio parere, questo approccio alla realtà del mondo arabo-islamico, visto esclusivamente attraverso la religione, ci fa perdere la percezione dei fatti reali.

Quindi, lasciamo da parte questo Islam volutamente distorto dai terroristi, e chiediamoci impiegando inevitabilmente macrocategorie di analisi: cosa fanno i 370 milioni di giovani arabi che oggi hanno una media di 24 anni? Come impiegano il loro tempo? Stanno sempre a pregare col “culo in aria” come diceva con la sua nota finezza Oriana Fallaci? Una prima constatazione è che la stragrande maggioranza è senza lavoro ( i cosiddetti diplomés-chômeurs, ovvero laureati-disoccupati), vede dinnanzi a se un futuro senza prospettive, e si preoccupa essenzialmente di ‘come ammazzare il tempo’. Vi sono gli hittistes (letteralmente, quelli che ‘si appoggiano ai muri’), i giovani che passano il loro tempo addossati ad un muro ad aspettare non si sa bene cosa, quelli che in Algeria si chiamano buveurs de soleil (letteralmente bevitori di sole); e ancora gli harraga, quelli che bruciano le loro carte di identità e si imbarcano per l’Europa sperando di ricostruirsi una nuova identità, alla ricerca di una vita migliore.

Le foto di chi vuole dichiarare sui social network che "l'Isis non rappresenta l'Islam"

In molti Paesi, come in Algeria, la situazione è a un punto di non ritorno. Ricordiamoci che in questo Paese le rivolte sono state bloccate per un intervento massiccio del potere che ha redistribuito denaro e alloggi ai giovani, ma senza creare lavoro. Ora, per quanto tempo si può pensare che questi giovani rimangano ancora passivamente appoggiati ai muri, ad aspettare un’opportunità di costruirsi una vita degna?

Questo vuoto apre la porta alle esperienze più diverse. C’è chi trova conforto nell’impegno religioso e segue in maniera maniacale le regole della shari’a, altri che invece si lanciano in esperienze più diverse. Nei Paesi del Golfo e in Arabia Saudita, la pratica più diffusa per impiegare il tempo libero è il joyrider, (o tafhit), le corse con le macchine nei posti più difficili, anche nel deserto, con il rischio di rompersi l’osso del collo: cosa che avviene spesso, tanto che le statistiche di mortalità mettono la morte per incidente al primo posto.

Se ne possono vedere alcuni filmati su YouTube: la cultura del tafhit evoca i movimenti disordinati di un uomo che sta annegando. Nelle acrobazie che compiono con le macchine, nei rischiosi ghirigori che descrivono sulle strade o nel deserto riproducendo antichi arabeschi, questi giovani automobilisti cercano di imitare la bellezza della scrittura araba. Guardandoli così scomposti nelle loro auto, con movimenti inconsulti, danno però l’impressione di voler annegare. Si respira un sentimento di disperazione, come se dicessero a coloro che li osservano che il fine della vita è sempre quello di morire: annegando, andando in prigione a causa di un incidente o attendendo la morte senza lavoro.

Questa generazione del ‘millennio’ ha pochi luoghi istituzionalizzati in cui ritrovarsi e allo stesso tempo percepisce la necessità di doversi smarcare dall’oppressione della famiglia e dei valori costituiti. Essa cerca allora degli interstizi in cui incunearsi – i bar, gli internet cafè, le piazze -, per vivere una vita in cui i sogni siano finalmente ammessi, così come il parlare e fantasticare delle esperienze come i loro coetanei in Occidente. Qui e altrove, nei luoghi della sociabilità dove si parla liberamente, come internet, si elabora un nuovo linguaggio: l’arabizi, dall’inglese arab easy, un linguaggio che scardina l’ossessione della purezza della lingua araba e attraverso di esso registra la penetrazione di concetti nuovi, maggiormente duttili, mutuati da altre culture, essenzialmente occidentali.

Il potere politico, contro il quale si indirizza la protesta in maniera silenziosa, è impotente. Perché questa generazione, quella del ‘millennio’, sa che non deve cercare il nemico al di fuori, ma dentro le istituzioni dello Stato, in una cultura sclerotizzata che non riesce più a comunicare un senso ed un’appartenenza ai giovani.