Da circa un anno ho avuto occasione di approfondire la tematica relativa l’assistenza specialistica nelle scuole superiori.

Innanzitutto, l’evoluzione della figura stessa che, da Aec (Assistente educativo culturale) che segue gli alunni con disabilità fino alla conclusione della scuola secondaria di primo grado, diventa assistenza specialistica, mi è apparsa sempre perlomeno ambigua. Se le funzioni di accudimento si riescono a perseguire fino alla secondaria di primo grado, la normativa fornisce come scontate alcune modificazioni sostanziali che riguardano la condizione di disabilità degli allievi.

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Il cambio e l’igiene durante l’orario scolastico diventano un problema pressoché insormontabile. L’inizio di ogni anno scolastico vede sempre numerossime denunce da parte dei genitori che sempre più di frequente devono stazionare nei pressi delle scuole per intervenire in caso di necessità.

Tutto questo a mio avviso c’entra molto con la politica del bando e del reperimento del personale. Le scuole superiori, in autonomia, secondo linee guida delle Province, espletano dei bandi (pubblicizzati in modo piuttosto intimo e discreto). Il bando, una volta aggiudicato, comporta che le varie associazioni, cooperative, consorzi ecc, siano informate con regolare lettera di aggiudicazione. E qui cadono gli asini (con tutta la fattoria). Ho avuto occasione di verificare un po’ in giro e mi sono reso conto che la prassi è assumere personale con formule contrattuali sulle quali ci sarebbe molto da dire. Personale che molto spesso esegue la prova in corsa, personale mal pagato, spesso anche sopra qualificato. Ma i tantissimi laureati che di fatto vengono prescelti poiché (sempre nei fatti) affiancano le funzioni didattiche a compensazione delle carenti ore di insegnamento di sostegno, sono del tutto inadeguati e impreparati nell’espletamento di quelle funzioni assistenziali che forse sono così vaghe non così a caso.

E quindi, la continuità va a farsi benedire. Un pianeta a sé quello delle scuole superiori almeno per quanto riguarda le disabilità gravi e plurime. Se la scuola è nota come ben gestita, all’interno si nascondono progetti che si traducono in laboratori differenziati. Potrebbe essere una soluzione, peccato che così mascherata lasci molti punti interrogativi.

L’assistenza specialistica miscela amicizia, relazione, intrattenimento. Si discosta molto dalla funzione ad personam. E qui si riapre il tema: ha senso lasciare che questa finta integrazione assorba risorse che forse potrebbero essere investite su forme alternative di formazione? Tutti questi giovani che usciranno inabili al lavoro con un attestato di frequenza che vale zero sono stati integrati o semplicemente presi in giro? I casi di eccellenza ci sono però mi chiedo se dietro ci sia il merito dell’equipe o la prepotenza legale e garantita alle famiglie che vivono di ricorsi. Ricorsi che si vincono. Ma questi ricorsi vinti sono fonte di integrazione o di sommaria solidarietà?

E poi? Cinque anni di superiori. Cosa si intravede all’orizzonte? Solo tanto buio. Vedo che con un tasto rewind l’unica chance sia riavvolgere il nastro e tornare a quel centro che si è scelto di non frequentare perché l’istruzione è/era un diritto per tutti. Ritengo sia indispensabile una svolta concreta. La realtà va affrontata per salvaguardare il futuro di tutti quegli alunni disabili che vivono nel limbo.