Non le proteste degli studenti, né i vari rimpasti di governo e nemmeno il flop iniziale del nuovo sistema di trasporti della capitale, che ha dovuto affrontare nel suo primo mandato, hanno messo così in difficoltà la presidente del Cile, Michelle Bachelet, come il ‘guaio’ in cui l’ha coinvolta ora suo figlio. Una vicenda che ripropone il tema del conflitto di interessi, ribattezzata dai media cileni come ‘Nuora-gate‘, e che l’ha trascinata al livello più basso di consenso, facendole chiudere il primo anno di questo secondo mandato con il 36% di approvazione, come ha rilevato il sondaggio del centro studi Plaza Pública Cadem.

Un episodio che in Cile ha scatenato un fuoco di polemiche dall’opposizione e anche nella stessa coalizione della presidente. Il fatto è presto detto: la moglie di Sebastian Davalos, figlio della presidente e titolare dell’area socioculturale de ‘La Moneda’, ha ricevuto un credito pari a 10,3 milioni di dollari dal Banco del Cile, potente banca controllata dal secondo gruppo privato economico del Paese, grazie a cui è riuscita concludere l’acquisto di vari immobili, che poi è riuscita a rivendere ricavando un guadagno di circa 4 milioni di dollari. Il finanziamento, concluso il giorno dopo la vittoria di Bachelet alle presidenziali del 2013, è stato ottenuto grazie ad un incontro in cui a partecipare, oltre alla nuora della presidente, c’era Andrónico Luksic, vicepresidente della banca nonché uno degli uomini più ricchi del Paese, e Davalos, che si è avvalso sul suo ‘qualità’ di figlio della futura presidente del Cile. Il credito è andato alla società Caval, al 50% proprietà di Natalia Compagnon, moglie di Davalos. Altre banche avevano negato il mutuo a Davalos perché Pep, cioè Persona esposta politicamente, in quanto figlio della futura presidente e anche perché la società, nata da poco più di un anno, aveva un capitale sociale di neanche 10mila dollari. Insomma, non proprio un bell’esempio per chi come la Bachelet ha fatto della lotta alle disuguaglianze uno dei suoi cavalli di battaglia nella campagna elettorale.

Il governo si è giustificato precisando che si tratta di un’operazione “tra privati“, mentre la presidente ha dichiarato di esserne venuta a conoscenza dai giornali. Ma l’opposizione ha chiesto di appurare se ci siano invece gli estremi di un conflitto di interessi a carico della presidente socialista e della sua amministrazione. E, viste le polemiche crescenti, il figlio si è dovuto dimettere dal suo incarico alla Moneda e ora è finito sotto inchiesta insieme ad altre 4 persone. La coalizione ‘Alianza’ di centrodestra ha infatti ottenuto la designazione di un pubblico ministero che indagherà sulla vicenda.

Una vera ‘bomba’ politica che, secondo gli analisti, ha completamente annullato il favore guadagnato da Bachelet in questo suo secondo mandato, dopo l’approvazione della riforma tributaria e del sistema educativo, che a gennaio l’avevano fatta risalire nei sondaggi. Secondo una rilevazione dell’istituto Adimark Gfk, il livello di consenso della presidente è infatti ora del 10% più basso di quello ottenuto dopo i primi 12 mesi del suo primo mandato e del 3% inferiore a quello del suo predecessore, Sebastian Piñera, che dopo il massimo consenso raggiunto dopo il salvataggio dei 33 minatori rimasti intrappolati, non viene ricordato come uno dei presidenti più amati del Cile.

Insomma il caso ‘Nuora gate’ è senza dubbio il maggior ‘scivolone’ dell’attuale governo. Tanto che per la prima volta i cileni hanno messo in dubbio la credibilità della presidente, visto che il 71% non le crede quanto dice di essere venuta a conoscenza della vicenda dalla stampa. I prossimi mesi diranno se le misure annunciate dall’esecutivo per regolamentare in modo più rigido i rapporti tra politica e affari aiuteranno la presidente a risalire nei sondaggi: si parla di aumentare le pene, mettere fine ai finanziamenti nascosti, prevedere la perdita del seggio parlamentare per i deputati sorpresi in atti illeciti e limitare il passaggio di funzionari pubblici al privato, come è successo con molti dei ministri di Piñera.