“La mafia a Roma non esiste e questo lo hanno capito tutti compreso il procuratore generale della cassazione”. Era nell’aria, qualcuno prima o poi l’avrebbe ridetto. A negare l’esistenza di un gruppo mafioso a Roma è la voce autorevole di Giuliano Ferrara, l’ex direttore del Foglio, che in una trasmissione radio con ospiti Marco Lillo e Lirio Abbate, rifiuta il dibattito e riaggancia il telefono, lasciando chi ascoltava con questa chicca.

Nella frase pronunciata da Ferrara ci sono due errori. Non è il procuratore generale della Cassazione ad aver fatto un’affermazione del genere, bensì il procuratore generale della Corte dei Conti che il primo febbraio davanti a una giovane platea di studenti ha detto: “Secondo me, quando si parla di mafia a Roma, si fa un errore. C’è un’improprietà di linguaggio. La mafia è tutt’altro”.

Errore ancora più grave è quell’espressione usata dall’ex direttore del Foglio quando dice con certezza: “La mafia a Roma non esiste”.

Forse Ferrara non ha letto l’ordinanza dell’operazione “mondo di mezzo” nella quale si spiega chiaramente come il metodo mafioso sia consolidato nella capitale. Le carte spiegano perché nel caso romano si parla di Mafia Capitale: “Il metodo mafioso viene descritto nella fattispecie attraverso il riferimento alla forza di intimidazione del vincolo associativo e alle condizioni di assoggettamento e di omertà di cui gli associati «si avvalgono». Con il riferimento alla forza di intimidazione del vincolo associativo deve intendersi che “l’associazione abbia conseguito in concreto, nell’ambiente circostante nel quale essa opera, un’effettiva capacità di intimidazione, sino ad estendere intorno a sè un alone permanente di intimidazione diffusa”. La presunta “organizzazione criminale di stampo mafioso operante nel territorio della città di Roma si avvale della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne derivano per commettere delitti e per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche, di appalti e servizi pubblici.

Mafia Capitale presenta caratteristiche proprie, solo in parte assimilabili a quelle delle mafie tradizionali e agli altri modelli di organizzazione di stampo mafioso, ma essa è da ricondursi al paradigma criminale dell’art. 416bis del codice penale, in quanto si avvale del metodo mafioso, ovverosia della forza di intimidazione derivante dal vincolo di appartenenza, per il conseguimento dei propri scopi”.

Se da una parte bisogna tener conto del fatto che l’inchiesta è ancora in corso e che non ci sono sentenze definitive (per questo è d’obbligo l’uso del “presunta” quando si parla dell’organizzazione) è anche vero – al contrario – che dal 2 dicembre in poi, quando scatta l’operazione “mondo di mezzo” e i carabinieri del Ros arrestano Massimo Carminati davanti casa sua a Sacrofano, è venuta fuori una realtà romana a tratti spaventosa. Basti pensare – per fare un solo esempio – al cento per cento delle gare in Ama inquinate, come hanno affermato i giudici del riesame.

Insomma non proprio “piccoli appalti”, come dice Ferrara durante la trasmissione radio quando parla di “rovistare nella merda, le destinazioni d’uso, il piccolo appalto”.

Di fronte ad alcune vicende che sono venute fuori con l’inchiesta Mafia Capitale nessuno si indigna.

Piuttosto, il sindaco Marino, soltanto quando nel libro di Lillo e Abbate è stata svelata la vicenda degli appartamenti di Totti ha espresso indignazione affermando: “Il capitano non si tocca”, senza spiegare il perché.

Anche Ferrara ha preferito non discutere: la mafia non esiste, dice. Punto. Non se parla più.

E di fronte a questo in effetti si resta più allibiti, che indignati.