“Ma sei sempre malato!”, dice Luca al fratello con un tono di scherno. E subito vedo gli occhi di Matteo socchiudersi, piegarsi verso il basso. Mi prende un dolore, vedere Luca – così sensibile – farsi crudele. In preda all’istinto quasi ferino di chi vede il sangue della preda, la debolezza, e morde. Vorrei intervenire subito, davanti a tutti, provare a sanare la ferita. Ma aggiungerei umiliazione a umiliazione. E poi non posso cavarmela con quattro parole. Perché Luca ha toccato uno dei grandi nodi della nostra vita: la malattia, lo stare male. E la fragilità.

Chissà se stasera riuscirò a trovare le parole giuste per dirglielo. Che la malattia, prima di tutto, non è colpa. Che ci toccherà tutti. Ma soprattutto – questo sarà il punto più difficile – che non è una debolezza. E talvolta nemmeno un male. È una parte ineliminabile della nostra vita. Anzi, è la nostra vita. Ci ricorda la nostra fragilità, ci aiuta ad accettarla e, addirittura, a volte ci permette di trovare qualità e risorse che altrimenti non saremmo capaci di suscitare: umiltà, pazienza, speranza, fiducia. E la disposizione ad affidare se stessi alle cure degli altri.

Sì, proprio le malattie – soprattutto quelle gravi – che sembrano separare il nostro destino da quello del resto del mondo, ci costringono a superare la distanza tra noi e gli altri. Quante persone – che siano guarite o meno – sono uscite migliori dalla sofferenza. Sono state capaci di elaborare una visione della vita, di dare una giusta proporzione alle cose. E quanto ci danno le persone malate che noi crediamo di assistere. Certo, aiutare è “arte” difficile. Senza umiliare, senza cercare la gratificazione di un ringraziamento. Senza negare il male. Esserci, non tu malato ed io che ti assisto, ma noi due persone. Vicine. Grazie alla difficoltà. Luca lo scoprirà. Anch’io devo fare ancora molta strada. Soprattutto per quei mali che non lasciano speranza. Per quei malesseri dell’anima che non lasciano cicatrici sulla pelle. Mi ricordo Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic: il padrone, lasciato solo dalla famiglia, chiede al servo di stargli accanto. Solo questo, il breve contatto di un massaggio che in fondo è una carezza.

il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015