Nelle foto in bianco e nero gli occhi grandi e sorridenti, pieni di mondo, spiccano sul viso dai lineamenti regolari. Ne ha vista, di terra, Amelia Earhart, nella sua vita. L’ha divorata dall’alto degli aerei che ha pilotato, tra nebbie fitte, nubi, lampi, chiarori di luna, raggi accecanti del sole. Nel 1928 è stata la prima donna ad attraversare l’Atlantico e nel 1931 ha stabilito il record mondiale di altitudine. Nel 1932 ha compiuto l’impresa che l’ha portata di diritto nella leggenda: in solitaria è partita dall’isola canadese di Terranova atterrando a Londonderry, nell’Irlanda del Nord, dopo quasi 15 ore di volo. Nel 1934, sempre da sola, ha fatto la traversata del Pacifico, da Honolulu, nelle Hawaii, fino a Oakland, in California. Prima donna al mondo a raggiungere i due ambiziosi obiettivi, non si è mai tirata indietro davanti a nulla, ottenendo 16 primati mondiali. A fermarla è stato un incidente, ancora avvolto nel mistero, accaduto mentre stava per concludere il suo sogno più grande: il giro del mondo. Dopo 22.000 miglia, quando le mancava un terzo del tragitto per finire, è scomparsa, insieme al copilota Frederick Noonan. Era il 2 luglio del 1937. Lady Lindy, come era stata soprannominata dalla stampa americana, aveva soltanto quarant’anni. Secondo i ricercatori dell’International Group for Historic Aircraft Recovery (Tighar), da anni impegnati per capire la dinamica del disastro, la celebre aviatrice sarebbe precipitata sulla barriera corallina vicina all’isolotto di Nikumaroro. Si ipotizza che sia atterrata in vita e che sia morta di stenti.

Le imprese eroiche di cui è stata protagonista l’americana, entrate a pieno titolo nell’immaginario mondiale, sono ricostruite nel memoir Felice di volare, appena pubblicato in italiano dalla casa editrice Elliot, con la bella traduzione di Michela Pezzarini. Con uno stile scorrevole e schietto e con particolare attenzione ai dettagli meccanici, il testo ripercorre le fasi iniziali del suo avvicinamento alla passione per il volo e poi la sua prima grande impresa, che la consacrò a icona femminile: la traversata transatlantica con il meccanico Lou Gordon e il pilota Wilmer Stults, descritta anche nel libro 20 Hours – 40 Minutes (20 ore- 40 minuti), diventato un bestseller. Earhart ha vissuto in modo ambivalente le attenzioni che il pubblico e la stampa le hanno dedicato “in quanto donna”, convinta com’era che “nelle spedizioni future le donne si assumeranno responsabilità sempre più grandi e che il genere a cui appartengo inciderà sempre meno sul riconoscimento del loro valore, che avverrà alla luce dei risultati raggiunti”. In Felice di volare dedica molte pagine alle altre aviatrici, che descrive con ammirazione e spirito di solidarietà, considerata la “minoranza” che rappresentavano. Infatti, all’epoca di Earhart, c’erano soltanto 427 donne con brevetto di volo negli Stati Uniti, con un rapporto, rispetto alla componente maschile, di 1 a 37.

“Amelia non voleva fare il sacco di patate, non aveva paura delle tigri di carta, i limiti che ci imponiamo, e temeva una sola cosa: di invecchiare. Per questo è a noi molto contemporanea, una donna che – insieme alle sue compagne di ventura e in solitaria – si è gettata anima e corpo in ogni attività e tra alettoni, bufere e atterraggi di fortuna ha dato voce al suo desiderio di autoaffermazione per tutte, ma soprattutto di pura gioia di vivere”, racconta Pezzarini che, nei mesi di traduzione, ha esplorato da vicino la brillante personalità della Earhart. Una vera e propria eroina, diventata un mito della cultura anglosassone, tanto da ispirare libri, serie tv e film, come Star Trek, Il Corvo, Amelia, Una notte al museo. “Uno spirito libero – si legge nel retro di copertina di Felice di Volare – che cercò di incoraggiare le giovani donne a inseguire i propri sogni, con piccoli e grandi obiettivi, spostando sempre in alto l’asticella, oltre le nuvole”.