Per affrontare questo tema do volentieri la parola a Stefano Trovato amico e presidente del Cnca Marche che all’interno del coordinamento nazionale se ne sta occupando.

Ora sappiamo che entro marzo il percorso del disegno di legge “Delega al governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale” potrebbe entrare nella sua fase definitiva con la discussione in aula parlamentare.

Non mi sembra che questo appuntamento sia vissuto con entusiasmo. Il tanto sbandierato “terzo settore che ambisce a diventare il primo” se da una parte saluta positivamente una nuova legge che ridefinisce il suo ruolo, dall’altra sembra vivere questo percorso legislativo con un livello di passione che appare quantomeno sopito.

Forse qualche motivo di questo stato si può facilmente capire. Il terzo settore, fatto di associazioni, cooperative, volontariato, sembra sotto schiaffo. Da una parte è messo in cattiva luce dai fatti di “Mafia Capitale” e dall’altra si vede piombare improvvisamente, con il classico annuncio “renziano”, una proposta di legge delega al governo che lo riguarda direttamente.

Due valori, di quelli che almeno a noi piacciono, che dovrebbero caratterizzare il profilo di queste organizzazioni, sono sotto stress: l’etica e la partecipazione. I fatti di Roma mettono in discussione il primo; il percorso legislativo segnato dallo strumento del disegno di legge delega al governo riduce drasticamente il secondo.

Che fosse necessario ridefinire e strutturare meglio questo settore nessun dubbio. Come va salutato positivamente la valorizzazione del servizio civile nella sua veste universale, e la valorizzazione, quantomeno a parole, delle organizzazioni sociali nella gestione e affidamento dei beni confiscati. Anche il tema di una sempre maggiore trasparenza, anche dopo i fatti di Roma, sembra essere centrato quantomeno come tema. Bene anche la riaffermazione dello strumento del cinque per mille come sistema di sostegno al terzo settore.

Non ci sentiamo quindi di spedire solo critiche all’iniziativa del governo. Siamo però preoccupati, anzi molto preoccupati, della forte “sponsorizzazione” che si fa del soggetto giuridico “impresa sociale”. Essa si prefigura come l’anello di congiunzione tra profit e non profit. Sappiamo che da tempo alcune lobbies stanno spingendo perché pezzi di welfare vengano messi a frutto sul versante del profitto. Tale spinta va di pari passo, ormai in larga parte del continente europeo, con politiche di destrutturazione dei sistemi di tutela e cura delle persone. Il tentativo di mettere nell’angolo il welfare universale è continuo. Uno stato sociale a “tutele socialmente differenti” con servizi da acquistare (per chi se li può permettere) e servizi minimi per i più poveri può essere il terreno ideale sul quale far sviluppare il sociale profit.

Nell’angolo insieme al welfare potrebbe finire anche la tutela ambientale, la cultura. Per dirla con un’unica definizione nell’angolo potrebbero trovarsi i beni comuni. Forse questa può apparire come una lettura estrema, di stampo complottista. Ci domandiamo allora perché mettere in secondo piano, anche nel testo, il cooperativismo che, nelle sue contraddizioni, ha dimostrato di essere uno strumento ancora capace di poter coniugare l’economia con il tema della partecipazione e della responsabilità sociale dell’impresa?

Non vogliamo nascondere quello che anche i fatti di Roma hanno fatto emergere. Ma quei fatti, quei comportamenti non sono anche il frutto di un certo gigantismo (sostenuto nel testo con la sponsorizzazione dell’aggregazione tra soggetti) che caratterizza alcuni soggetti che operano nel settore sociale? Quale rapporto mutualistico e sociale può vivere all’interno di una impresa non profit che conta migliaia di dipendenti? La democrazia, la partecipazione attiva e sostanziale dei soci, il legame con il territorio non sono i primi strumenti con i quali si possono respingere derive speculative e interessi privati in queste organizzazioni?

Sì, siamo preoccupati. Lo siamo anche perché non sentiamo da parte del nostro mondo, di chi lo rappresenta, una posizione critica, quantomeno che provi a interloquire con la società, ma anche con il governo, sulle onde lunghe che potrebbero caratterizzare questo settore in futuro.

Non si tratta di uscire da “Mafia Capitale” con un terzo settore sempre più profit e meno social, ma con un terzo settore sempre più democratico, partecipato e responsabile.