Mark e Dave Shultz sono due fratelli newyorkesi fortemente legati uno all’altro, e soprattutto campioni di lotta. La medaglia d’oro vinta alle Olimpiadi di Los Angeles nell’84 non basta a tirare avanti con uno sport poco popolare nella terra di baseball, basket e football. Così Mark, il più giovane ma anche il più fragile, a dispetto della stazza fisica, si fa irretire dall’eloquio patriottico di John Du Pont. Lo seguirà nella sua sterminata tenuta di famiglia per allenarsi insieme ad altri talentuosi lottatori.

Foxcatcher – Una storia americana, in uscita il 12 marzo, è un doloroso biopic che porta a galla una storia vera e tragica documentata dai media ma ora sconosciuta ai più. “Voglio vedere questo Paese risorgere” è una delle frasi a effetto del millantato coach Du Pont (Steve Carell) che lo illumineranno come “mentore, fratello, amico, allenatore e padre” nelle parole di Mark. Carell porta il fardello di questo riccone in bilico tra carisma e disadattamento tuffandosi nel lato oscuro di quel patriottismo Usa che pulsava durante la Guerra Fredda. La sua mutazione è radicale. La somiglianza non basta a questo candidato all’Oscar come miglior attore protagonista perché la resa del suo personaggio è nelle movenze contratte: un’emotività totalmente repressa da sogni mal riusciti, una tradizione familiare gigantesca impossibile da scalare, e da un’anziana madre altezzosa e sfiduciata.

Riconoscenza, abnegazione e sogno malato sono alcune delle linee che percorrono questo lavoro sensazionale nel divorare aspettative e reazioni inchiodando alla poltrona per due ore e più. Mark ha il volto di Channing Tatum, attore richiestissimo oltreoceano ma mai così padrone del suo ruolo. Il cerchio rotto dalla presenza del miliardario è quello fraterno con Dave. Grande atleta e allenatore, il personaggio mette in risalto tutto il lavoro straordinario di un Mark Ruffalo perfetto candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista. Il divo che alterna con scioltezza cinecomic a film indie ricostruisce posture e andatura di un lottatore di razza. I suoi tic da combattente e modi da fratello amorevole chiudono questo triangolo che osservato trent’anni dopo gli eventi restituisce l’affresco di un’America anni ottanta imperfetta. Pesantemente macchiata nonostante trionfi sportivi e splendori economici. I fatti raccontati sono frutto della lunga ricerca di Bennett Miller, candidato all’Oscar per la miglior regia.

Completano la cinquina di candidature quelle per la migliore sceneggiatura e per miglior trucco e acconciatura. Tra le tante altre nomination in vari festival spicca il riconoscimento ottenuto allo scorso Festival di Cannes come miglior regia. Racconto lucido e denso di silenzi che gridano più delle parole, in Foxcatcher le scelte forti e determinate di Miller ne confermano la classe dimostrata già nelle due opere precedenti, anch’esse issate intorno a storie realmente accadute.