“La piazza politica non è in crisi. E’ Beppe Grillo che deve riorientarsi”. La professoressa di semiotica dei media all’Università di Bologna e blogger del fattoquotidiano.it. Giovanna Cosenza commenta così le parole del leader del Movimento 5 Stelle al Corriere della Sera. Il comico ha detto che “le piazze non funzionano”, ma secondo la docente la lettura non è così semplice: si tratta di spazi comunicativi che hanno ancora molto potenziale, ma per chi li sa sfruttare. Quello di Grillo, è “uno dei rari momenti di autocritica”.  Cambia il cielo per l’M5S e alla vigilia delle elezioni Regionali la strategia non sarà più quella delle grandi adunate, ma piuttosto degli incontri sul territorio. Non più spettacoli, ma ricerca dei contatti con le persone perché la protesta non basta più. Il politico, spiega la docente, è arrivato a questa conclusione “dopo aver constatato di persona che i suoi comizi non fanno più i grandi numeri di un tempo”.

Chiariamo subito l’equivoco, è la piazza in crisi?
Direi proprio di no. Dal punto di vista della comunicazione politica la piazza resta centrale, una forma essenziale e vitale di recupero del territorio. Se opportunamente stimolata, ha molte possibilità. E anche Grillo lo riconosce, pur facendo un passo indietro.

E dunque, come leggere quest’uscita?
Non mi sembra un’affermazione generale sulle piazze quanto una considerazione sulla sua piazza. Sembra ribadire quel cambiamento di direzione che ha dato al M5S con la storia del direttorio dei cinque. E’ come se dicesse: ci mando Di Battista e gli altri. Io sto sotto, non sto più sopra. In linea col passo indietro di Grillo e Casaleggio.

Ma è perché in realtà la “sua piazza” si è rotta?
C’è del vero anche a leggere l’affermazione nell’altro senso. Grillo dice qualcosa che ha constatato di persona: le ultime volte che è andato in piazza non ha fatto i grandi numeri delle politiche del 2013. Io lo dicevo in tempi non sospetti: se Grillo continua così il M5S perde consensi e si riduce a favore della Lega. E nei numeri ormai ci siamo. E allora tocca cambiare direzione, anche nel rapporto del leader con la piazza. Parola d’ordine, riorientarsi.

E come?
Grillo tra le righe lo dice. Smette di coltivare la piazza come momento di avanspettacolo dal palco. Quella piazza-spettacolo lì, che era un po’ la sua formula politica mista a intrattenimento, non funziona più. Si ripromette di cercare il contatto diretto col territorio, dice: “con la gente ci parlo”. E’ pur vero che quella piazza lì, spettacolare, aveva in se stessa una potenza comunicativa perché trasmetteva immediatamente (e trapelava dai media) l’ascesa di un movimento dal basso che sembrava inarrestabile.

C’è un’altra piazza che Grillo rischia di perdere. Secondo recenti classifiche, subito contestate, il suo Blog sarebbe precipitato nella popolarità…
Anche qui va fatto il distinguo della piazza reale. Non è la comunicazione politica in rete ad avere problemi, è il blog di Grillo per effetto del malcontento che vivono gli attivisti, gli elettori e i simpatizzanti. E allora tocca ripensare le piazze. Magari miscelare in modo diverso le due presenze perché rimangano connesse tra loro e con il territorio. Quella virtuale e quella reale offrono ancora praterie per chi le sa cavalcare. Ma la formula della protesta non basta. Perché intercetta solo lo zoccolo duro dei sostenitori mentre convince sempre meno chi si era affidato al Movimento pensando a un cambiamento vero. Dall’esordio nel palazzo invece si sono susseguiti problemi, polemiche e molto poco si è percepito di quel che fanno i parlamentari a Cinque Stelle.

In fondo è un altro errore di Grillo, che oggi per altro ammette…
Dopo la formazione del Parlamento coi 163, i problemi erano emersi già tutti. Stava a Grillo coprire e rendere conto della “fatica” dei cosiddetti “ragazzi”. Ma lui è un testone, ha una componente di testardaggine che lo ha fatto restare su posizioni rigide e pregiudiziali, sulle quali magari poi cambia idea, ma quando il danno è fatto. C’è una difficoltà ad autocorreggersi che è un po’ tipica dei leader politici italiani. Sono incapaci di fare autocritica, perfino Bersani. Ma serve a correggersi e inventare qualcosa di diverso. Che è essenziale nella vita, ma lo è anche nella politica.