Le rappresentazioni mediatiche circa i tratti distintivi della proposta politica di Matteo Salvini risentono, in linea di massima, di un approccio fondamentalista, sia dal canto dei feroci detrattori della nouvelle vague del Carroccio che da quello dei suoi irriducibili sostenitori. Da una parte, gli insopportabili e svenevoli chierici del politically correct che invocano il crucifige per “l’apostolo di riediti fascismi”, prospettando scenari apocalittici, ormai esalati in verità quali feroci reperti del Novecento. Dall’altra, i tifosi del randello verbale alla Charles Bronson che connota la puntuta strategia di comunicazione della Lega, non più confinata dentro latitudini “celtiche” del Paese.

La stampa oscilla tra due tipi di racconto, apparentemente asimmetrici ma, paradossalmente, omologhi. Tertium non datur. Tuttavia, occorre cimentarsi in un supplemento di riflessione che rimuova, nel caso di specie, le ipoteche pregiudiziali, al fine di guadagnare una lettura laica del fenomeno. Chiediamoci, in primo luogo, come mai i media nutrano un’ossessiva attenzione nei confronti di Salvini, il quale, da quando ha dismesso il paleo-armamentario secessionista, ampollista, Valbrembanista da eletta genìa lombarda, per lasciarsi attraversare dal fremito nazionalista, è oggetto di spasmodico e sospetto interesse. Il dubbio che i numi tutelari dei templi televisivi vivano una sorta di rapimento estatico per il giovane leader, in assetto anti Ue, è resistito da una valutazione più congrua.

In realtà, l’enorme proscenio riservato a Salvini, dissimula trappole ed inganni, la cui insidia non sfugge agli osservatori più attenti. Il contraltare di Renzi, divulgato su ampia scala, di fatto, normalizza, suo malgrado, il paesaggio della politica italiana riducendola virtualmente ad una diarchìa d’immagine (Matteo versus Matteo). La scena, a questo punto, espelle da sé tutti gli altri attori del dibattito pubblico. E’ pur vero che il leader del Carroccio tira, fa cassetta ed ascolti ma non è questa la ragione vera per cui ne si alimenta il culto. In verità l’irruzione del capo della Lega in ogni dove televisivo è da ascriversi ad una sapiente regìa, del tutto funzionale al disegno dell’establishment finanziario sovranazionale che il governo Renzi ratifica e l’opposizione nerboruta del giovane lombardo, paradossalmente, riverbera. Al di là di ogni buona intenzione del numero uno leghista, ovviamente.

Di fatto, la narrazione insistita delle imprese di Salvini non disturba il sonno dei veri burattinai d’oltralpe, soprattutto quando ne enfatizza la ruvida estetica “populista” a dispetto della sostanza. La contraffazione è servita. Non a caso i salotti buoni, schifiltosi e con la puzza sotto il naso tendono ad accreditare l’idea dell’impresentabilità “fascista” del leghismo di recente conio. Ne è testimonianza il racconto mellifluo e languido dei buoni sentimenti antifascisti in corteo a Roma la settimana scorsa, in un clima di surreale anacronismo (saluti romani ed effigi del Duce compresi, ovviamente). Siamo alla rancida iconografia delle anime belle. Roba al cui confronto De Amicis sembra Nosferatu.

Altrettanto ingannevole, di contro, risulta essere lo sciatto e sbrigativo ritratto televisivo degli estimatori del riscoperto nazionalismo di marca salviniana. Il triplo salto mortale carpiato da “Roma ladrona a Bruxelles rapinatrice” ci viene propinato, acriticamente, come un percorso evolutivo della Lega. C’è chi tra i sostenitori del nuovo corso tenta addirittura un’improbabile identificazione di quest’ultima con il Front National di Marine Le Pen. Nulla di più impreciso per ragioni che attengono alla vicenda storica di due movimenti non propriamente affini: volendo esemplificare, sul piano della strettissima attualità, si potrebbe semplicemente osservare che i pensatori di riferimento del lepenismo sono de Benoist e Sapir; Salvini, al contrario sembrerebbe prediligere Alvin Rabushka, inventore della flat tax e discepolo dell’ultraliberista Milton Friedman.

Esiste un talk in Italia che ci possa deliziare nel prossimo futuro rilevando questa eclatante incongruenza della proposta politica di Salvini? L’idea, in materia fiscale, riguarda un’aliquota secca e non progressiva che non tiene conto dei diversi redditi. Sul piano dell’equità sociale, evidentemente, non ci siamo. Colleghi, eletta schiera, proviamo a chiedere in tv a Salvini se non sia il caso di “rispolverare” Keynes, volutamente rimosso dai dioscuri di stanza a Bruxelles e Francoforte che tengono in ostaggio i cittadini europei? In fondo, non si esige la luna ma qualcosa di simile.