La domanda è semplice, perché vi accanite contro di noi? Cosa vi abbiamo fatto di male? Durante le vacanze estive di qualche decennio fa qualcuno di noi si è fregato le vostre fidanzate? Vi abbiamo fregato il posto in fila mentre aspettavate diligentemente il vostro turno agli Uffizi? Il conto dell’albergo nella vostra ultima visita al nostro paese è stato molto più caro di quanto vi avevano detto via mail?

No, lo chiedo perché dopo aver visto la prima puntata del tanto acclamato serial tv Empire mi sembra evidente che, ancora una volta, autori e registi dei telefilm americani lavorino quasi esclusivamente per umiliare noi italiani, per deriderci, denigrarci, far passare le nostre già piatte vite per qualcosa di ancora più piatto, noioso, mortale.

La storia che è andata in scena, infatti, è qualcosa che, senza tante fantasie, potremmo chiamare, come mezza stampa del mondo, una versione afroamericana della Dinasty di jaoancollinsiana memoria, con una gigantesca Cookie, l’ex moglie del boss dell’Empire del titolo, Lucius Lyon, destinata a entrare negli annali delle serie tv come uno dei personaggi femminili cattivi e agguerriti meglio riusciti di sempre. C’è un ex rapper di grande talento e dal passato (e presente) fumoso, che coi soldi del narcotraffico, si intuisce, mette su con la moglie un colosso discografico. Proprio nel momento in cui il tutto sta per approdare in borsa Cookie, che si è fatta diciassette anni di galera per proteggere il marito, torna in scena, andando a scombinare le carte. Su tutto i loro tre figli, il narciso, l’artista gay e il cazzone rapper.

Dinasty, ripeto.
Ma a fare da sfondo, si fa per dire, c’è una etichetta discografica, sulla falsa riga della Def Jam, o di una di quelle realtà americane che hanno per protagonisti i vari Jay Z, P.Diddy e via discorrendo.

Quindi, da una parte c’è una colonna sonora da paura, curata mica dall’ultimo scemo che passava di lì, ma da un gigante del genere black come Timbaland. Dall’altra c’è una icona gigantesca come quella della casa discografica sorta su basi non limpidissime ma sostenuta da un genere, quello black, ci sia R’n B o Rap. Roba che sin dai tempi del gangasta rap, Nwa in primis, ci è arrivata come qualcosa di più punk del punk.

Pensateci. Siamo abituati a pensare alla discografia come a qualcosa di farraginoso, che procede per logiche e meccanismi che sfuggono ai più. Non ha successo che merita, ci ripetiamo, allenatori musicali, ma ciò che qualcuno decide che avrà successo, lasciando spesso il meglio nei cassetti. Poi ci sono i Festival di Sanremo, o forse c’erano, e i Talent, quelli sì che decidono e dettano regole. Vediamo talenti inespressi ovunque, e senza talento pure.

L’idea che ci si possa arrangiare da soli è lì, nella testa di molti, ma difficile da realizzare. Anche oggi. Chiaro, c’è la rete che accorcia il gap tra artisti e pubblico. Ma la rete è rete per tutti, quindi in realtà l’offerta è tale da rendere quel gap, se possibile, ancora più profondo. Così tocca dedicare tutte le proprie energie a farsi vedere, più che a farsi ascoltare.
Ma c’è la possibilità che uno svolti, faccia i soldi, e, anche oggi, anche con iTunes alla portata di chiunque, mettere insieme una casa discografica, volendo anche un colosso, seppur con soldi non limpidi.

Uno vede Empire e respira la creazione di una hit, il lavoro vero della discografia, la ricerca del talento, del giusto suono, della giusta interpretazione. Ci sono, infatti, tra un vaffa tra moglie e marito e un rapporto difficile coi figli, scene in studio di registrazione che riappacificano col mondo della discografia. Le vedi e capisci che, a prescindere dallo scempio che è stato ordito da molti discografici nei confronti di questa industria, il momento in cui una hit viene creata è uno di quei momenti magici che difficilmente si possono intuire, se uno non lo ha visto coi propri occhi, non l’ha vissuto sulla propria pelle.

Uno vede Empire e poi guarda al cortile di casa propria, e di colpo gli scende la catena. Si sente inappropriato, umiliato e offeso. Vede che le esperienze passate e presenti di autarchia hanno spesso se non sempre fallito, troppo legate ai nomi che le hanno ideate più che all’idea di autarchia stessa. Si pensi per il fronte live alla vicenda del Tora! Tora! (con le date rette tutte dalla presenza dei blockbuster indie, Afterhours, Marlene Kuntz e affini), o per la discografia, a Newtopia, con J-Ax e Fedez che spaccano, circondati da figuranti (e loro spaccherebbero ovunque, a prescindere dall’autarchia).

Allora uno, io nello specifico, decide che dopo aver passato mesi, da agosto a oggi su queste pagine, ma da una ventina d’anni in generale, a picconare il mondo della discografia italiana, cercando di analizzarne le più varie sfumature, dall’aver demandato lo scouting ai talent al non aver capito come funziona la rete, dal rapporto malato con la radiofonia all’aver guardato all’indie come qualcosa di diverso da quel che era, uno decide di rendere tutto questo lavoro più schematico. Sì, se vogliamo provare anche solo a pensare a una serie come a Empire, mi dico, dobbiamo partire dalle basi. Ripensare alla discografia per com’era, e quindi andare a incontrare chi l’ha fatta, la storia della discografia, guardare alle figure degli autori, vere Carneadi dei giorni nostri, degli editori, pensare a chi, per lavoro, analizza dati e lavora sugli influencer, a chi produce, a chi arrangia, a chi lavora ai video, a chi ha visioni e strategie, sempre che esista ancora. A tutta la filiera, insomma. Questo proverò a fare, prometto. Vedere se c’è, oggi, una strada percorribile. Se esiste una visione possibile. Magari testandola. Smettendo di rompere le scatole a tutti col mio piglio critico. Che tanto poi a rimangiarsi una promessa non ci vuole niente…