Era tutto finito, o almeno così sembrava. Nicola Calipari sapeva che la strada per l’aeroporto era fra le più pericolose di Baghdad ma insomma Giuliana Sgrena era nelle sue mani, il più era fatto. Aveva chiamato Palazzo Chigi, Palazzo Chigi aveva chiamato il Manifesto e al Manifesto era iniziata la festa, con amici colleghi e compagni, per la liberazione dell’inviata sequestrata un mese prima in Iraq.

Durò poco, la festa, neanche mezz’ora. Poi Gabriele Polo, all’epoca direttore del quotidiano comunista, riunì tutti nella stanza in fondo alla redazione di via Tomacelli e spiegò che non c’era più niente da festeggiare, perché era morto Calipari, il dirigente che per un mese aveva cercato gli interlocutori giusti e trattato per liberare Sgrena. Ammazzato dagli americani a un posto di blocco su quella maledetta strada per l’aeroporto. Si saprà poi che il posto di blocco non era segnalato, che la Toyota guidata da un collega di Calipari andava piano, che insomma quei “soldati della domenica”, come si chiamano i riservisti della Guardia Nazionale, spaventati e male addestrati, avevano sparato a casaccio due raffiche di mitragliatrice. Al manifesto, a parte Polo, Valentino Parlato e pochi intimi, non sapevano neanche chi fosse Calipari. Dovette spiegarlo Polo che in quelle settimane aveva stretto una forte relazione con lui.

L’ex direttore del manifesto ha raccontato la vicenda nel libro pubblicato a fine gennaio per Marsilio, Il giorno più lungo – Dal sequestro Sgrena all’omicidio Calipari (188 pagine, 18 euro). Era il 4 marzo 2005, dieci anni fa. Oggi Calipari sarà ricordato a Forte Braschi, nella sede dell’Aise che ha preso il posto del Sismi dopo la riforma del 2007. Calabrese, 48 anni, funzionario di polizia, passato per le Squadre mobili e l’ufficio Immigrazione della questura di Roma, dirigente superiore e dunque parigrado di un questore, si era trasferito al servizio segreto militare e ne guidava il dipartimento Ricerca, quello che si occupa degli italiani all’estero. È forse il volto migliore che i servizi segreti hanno offerto al Paese. Chiamarlo agente segreto fa quasi ridere. Finiva così, con quelle raffiche di “fuoco amico” che nessuno a Roma poteva immaginare, “il mese più lungo”. “Uno di noi”, titolò il manifesto il giorno dei funerali di Calipari. Anche se in via Tomacelli la pensavano quasi tutti come Luigi Pintor, “l’unico modo per riformare i servizi è scioglierli”.

“Il mese più lungo” aveva cambiato le carte in tavola. Polo nel libro racconta il sequestro, l’Iraq di quegli anni terribili, l’immensa solidarietà che giunse al collettivo del Manifesto, ma anche il suo rapporto con Calipari e le lunghe giornate che passò facendo avanti e indietro, con Parlato, tra via Tomacelli e Palazzo Chigi, dove Gianni Letta e Silvio Berlusconi seguivano passo passo le attività del Sismi per ottenere la liberazione dell’inviata del Manifesto. E racconta il Sismi di quegli anni, nel quale appariva evidente il conflitto tra il gruppo guidato da Calipari (subito sciolto) e quello dell’allora direttore del dipartimento Operazioni Marco Mancini, più vicino al “partito americano”, che appena un anno dopo fu coinvolto (e assolto) nel processo per il sequestro dell’imam Abu Omar a Milano.

Sismi 1 e Sismi 2: qualcuno al Manifesto li chiamava così. E Sismi 2 sembrava proprio ostacolare Sismi 1, fino all’opaco tentativo di spingere Calipari in una strada di Baghdad che si rivelò piena di uomini armati appostati. Al vertice c’era il generale Niccolò Pollari, “una direzione ambigua che agiva machiavellicamente su due linee strategiche opposte e alla fine contrapposte, un gioco che costerà la vita a Nicola”, scrive sua moglie, Rosa Villecco Calipari, oggi deputata Pd, nella prefazione al libro di Polo.

da il Fatto Quotidiano del 4 marzo 2015